Della geometria della vita e di me che cammino

E’ che a volte c’è questa luce diversa. Una luce che è fatta apposta per pensare. Fatta apposta per incrociare qualcuno che avresti volentieri lasciato a marcire dentro un cassetto. Non quello dei sogni, no. Forse c’è stato un momento in cui avrebbe potuto starci. Ma poi, in quella specie di continuo cambio di stagione che è questa vita, l’hai spostata da qualche altra parte. E prima di oggi non avresti certamente pensato che quel cassetto che si è improvvisamente aperto da solo fosse proprio quello in cui avevi riposto qualcuno che avevi giurato di seppellire tra le cose dimenticate e scordate. Dimenticate e scordate, sì. Perché la mente dimentica, ma è il cuore che scorda.

Ed invece ecco che il sole di questo Dicembre che non sembra nemmeno arrivare Natale, che quasi fa caldo in questa città che è fatta di foglie gialle e di cielo così azzurro da dare fastidio, ti restituisce lo sguardo di una persona che non sai nemmeno dire cosa sia stato, ma è stata qualcosa e quel suo essere qualcosa ti piaceva e ti faceva del bene. Quando incroci quegli sguardi non sono i tuoi occhi a dirti quello che stai vedendo. E’ la memoria, il ricordo che parla, che guarda, che ascolta per te. E per quanto male tu possa aver ricevuto, o dato, per quanto distacco possa esserci stato, per un attimo, per un solo fottuto attimo ti torna in mente quel singolo momento in cui la vita è diventata rotonda.

Perché è troppo facile pensare a qualcosa che finisce, a qualcosa che è stato solo “qualcosa” e non è stato mai battezzato, come una specie di coacervo di negatività, di polvere da nascondere sotto il tappeto della solita ipocrisia da fine rapporto. No. Il momento della vita rotonda c’è stato. Il momento in cui tutto è stato perfetto. Il suo respiro che dava il tempo al tuo respiro, le sue risate nelle tue risate. Portarsi a casa l’uno gli occhi dell’altro. E in quel momento, quando incroci quello sguardo, quando rivedi per un attimo quel momento di vita rotonda, senti l’aria fermarsi all’altezza delle corde vocali ché vorresti parlare e dire, senza neanche esitare ché non ce ne sarebbe bisogno, “sai quella volta”. E ripartire.

Ho proseguito, calpestando le foglie e alzando lo sguardo verso il secchio d’azzurro sopra la testa. Poi ho sorriso immaginando che forse è stata lei a pensare al suo momento di vita rotonda. Perché tutti abbiamo vissuto quel momento lì. Tutti siamo stati la vita rotonda di qualcuno, il suo “tu sei perfetto per me”. Ed a questo penso mentre cammino con le mani in tasca, l’aria che sa d’inverno senza essere fredda, il fiume che scorre al solito modo e la vita che gira come gli pare. Ché lei sa di essere tonda.

Ho messo le mani in tasca, mi sono fermato ed ho respirato un momento. Mi sono girato e l’ho vista accanto al parapetto, lo sguardo fisso sul fiume. Poi ha guardato verso di me, come a dire “ti aspetto”. No, mi sono detto. Non è questa la strada. Questo non è più il momento della vita rotonda. E’ il momento di far quadrare le cose.

Di attese, mancanze, te e caffè

Aspetto. Aspetto come si aspetta il prossimo autobus. La vita che scorre a velocità diseguale. La testa che cerca conferme nell’orologio e poi perde l’orientamento sbattendo lo sguardo sui palazzoni di periferia. Mattine così, fatte di grigio. Il grigio degli abiti scuri, tessuti stretti nelle cravatte annodate attorno ai pensieri. Fatte di cieli indecisi e di tempi imperfetti.

Aspetto. Aspetto di sentire lo scatto della serratura. E distogliere finalmente lo sguardo dal tavolo dove unisco puntini fatti di briciole secche di pane. La porta che adesso si apre, la luce che filtra e disegna un perfetto angolo retto mentre il cardine ruota e lascia aperto lo spazio. Aspetto di sentire adesso il tuo odore che sovrasta arrogante quello ordinario del caffè del mattino. Aspetto di vederti sedere al tuo solito posto, col viso rivolto verso la tua amata finestra dove hai passato giornate infinite a soffiare pensieri. Ed hai trovato verità inaspettate dentro i vetri appannati.

Aspetto. Aspetto di poterti guardare. E ritrovare la forma dei tuoi fianchi e del tuo viso che adesso disegno, si lo so maldestramente!!, dentro il fumo un po denso del tuo non essere qui. Sono stanco di alzarmi al mattino e di trovarti lontana. Sono stanco di cercare nel fondo dei miei bicchieri una mappa che possa condurmi nel reame incantato di “tu dove sei”. Mi stringo le mani attorno alle spalle, quasi voglio abbracciarmi da solo. Ti guardo e mi immagino vederti arrivare, con quel passo marziale, sicuro. Quel rumore di tacchi che sembra riempire lo spazio, i tuoi gesti sereni, le tue mani che cercano il mondo tra rossetti e cartacce disperse dentro la borsa. Quel tuo gesto veloce, di occhiali levati dagli occhi con fare distratto, la stecca appoggiata su quelle tue labbra fottute mentre esplori i capelli con dita che sembrano intente a risalire correnti impetuose di ricci.

Sul fornello qualcuno borbotta, la domenica arriva quando la moka, si ho ancora quella gialla e nera che hai comprato tu, decide che il giorno é cominciato. Mi avvicino alla luce ed inizio a pensare. Potrei scrivere o disegnare. Suonare o dipingere. Ma resto fermo, respiro mancanze e attraverso la vita. Aspetto. Aspetto di capire cos’è questa storia che si chiama ritorno. E mentre, neanche fossi Penelope, guardo verso orizzonti lontani tessendo tele infinite, sorrido dei nostri ricordi. Ti cerco fra le pareti che rimandano l’eco dei miei “ti vorrei”.

Tornerai? Non lo so. Né lo sento, o lo spero o lo immagino. L’orologio per ora descrive i suoi cerchi. Io mi metto seduto e mi prendo il caffé.

Presente plurale (ovvero riflessioni veloci)

Lo sai? C’è una grammatica precisa nelle questioni di cuore. Tu puoi dire quel che ti pare. Ma devi stare attento e farti capire.

Chè pensi sia facile dire di te. Io sono, io credo, io penso. Autoreferenziale. E diventi il centro del mondo, o forse vorresti. Ma ti perdi qualcosa per strada e trascini in un angolo buio chi divide una storia con te.

Chè pensi sia facile parlare di me. Tu sei, tu credi, tu pensi. E sposti lontano da te quello che non funziona. Lo impacchetti ben bene e spedisci ad indirizzi diversi quello che a te non va di sentire. E un corriere che faccia questo lavoro per te esiste di già e declina il suo itinerario al ritmo dei “tu”. Ovunque, ma altrove da te.

Chè invece una storia di declina coi “noi”. E se la storia è fatta d’amore lo senti nelle parole. Parliamo. Andiamo. Sentiamo. Facciamo. Siamo. Amo. Continuamente. Il noi è il passaporto delle storie più vere.

Declinate cosi, al presente plurale.

La notte che il mondo fa il giro e la vita succede

La musica le rombava dentro le orecchie. Accordi potenti, di quelli che non ti dimentichi, ché ti prendono l’anima dentro le mani. E quei bassi, pieni di gravi, li senti che ti rimbombano dentro il petto. E risalgono poi insieme agli acuti come brividi che corrono sopra la pelle e centrano in pieno il pugno rosso del cuore. Teneva gli occhi ben chiusi e lasciava che il suono le riempisse la testa e le ossa.

La finestra era aperta. Il freddo entrava leggero, quasi chiedendo permesso. Fuori le colline viravano al nero notturno e la nebbia iniziava un poco a salire. C’era all’intorno un odore di calma apparente, un sapore di cose sospese nei loro condizionali. Un colpo di vento leggero attraversò con passo veloce la stanza. E passando accarezzò i libri sparsi sul tavolo, mosse le pagine che crepitarono quasi eccitate al suo tocco leggero. Poi si infranse contro le pareti, morendo infine in un impercettibile sbuffo di polvere sul pavimento. La luna era già alta nel cielo, vestita di una falce bianchissima, col solito codazzo di stelle vicine. Tutte disciplinate ed allineate meno quella spocchiosa e solitaria stella polare che aveva quel vizio bellissimo di brillare più delle altre.

Lei rimase seduta sulla poltrona di stoffa, con le braccia distese lungo i suoi fianchi dalle linee dolcissime. La sottoveste bianca fremeva sotto le carezze dell’aria notturna e le gambe, rosa di un rosa così naturale, un poco soffrivano l’abbraccio del freddo. Eppure rimase impassibile, la musica che le scuoteva i capelli castani. E quegli occhi, del colore dell’autunno appena finito, restavano chiusi come se volessero tenere chiuse dentro il fondo del cuore le note che le orecchie ascoltavano. La bocca stretta in un morso feroce sul labbro inferiore tradiva un’attesa spasmodica.

E quando arrivò quello che stava aspettando, le unghie si infilarono nella stoffa della poltrona. La testa, piena di quella cascata castana, si mosse verso la spalla destra, lasciando quella sinistra in una tensione muscolare perfetta, l’incavo del collo disegnato in punta di mina. Gli occhi le rotearono e finalmente una luce di lacrime le albeggiò dietro il colore brillante delle pupille. E lo vide. Lo vide mentre la stringeva forte al suo petto, le mani che le impedivano di articolare movimenti che non avrebbe comunque voluto compiere. E la bocca di lui lì vicino, vicino che respiravano l’uno dai polmoni dell’altro, vicino che l’aria che rimaneva sospesa tra gli occhi azzurri di lui e quelli marroni di lei avrebbe preso fuoco se avesse potuto. Vicino come i loro corpi avvolti l’uno nell’altro, di ombre che scivolavano lente l’una nell’altra mentre fuori il mondo faceva il suo giro e portava la vita a veder le vetrine. Ché tempo e spazio erano variabili inutili mentre lui le faceva forte l’amore e lei si sentiva di amarlo e volerlo e desiderarlo. E quella dannata canzone era il tappeto su cui stavano facendo l’amore.

Poi la puntina di diamante finì con lo scivolare nel vuoto e la musica morì nel silenzio. Si alzò dalla poltrona ancora in preda ad una specie di scossa nervosa. Il ricordo della notte appena trascorsa che le correva violento attraverso i nervi e sotto la patina diafana della pelle. Si strinse tra le braccia scoperte e si avvicinò alla finestra. Fece per chiudere i vetri e sorrise. Fuori la terra era diventata scura e invisibile. Solo la nebbia sbaffava i contorni disegnando sfumature grigiastre che lasciavano indovinare profili ed altezze. La luna resisteva nella sua falce biancastra e la sua corte di stelle obbediva ossequiante. Tutte meno quella maledetta stella polare che doveva per forza brillare da sola. Lei guardò quel punto luminosissimo e per un attimo quasi sembrò che la stella ricambiasse il suo sguardo. Sarebbe tornato. Si, sarebbe tornato.

Chiuse le finestre e tirò le tende di seta.

La notte, discreta, rimase di là del sipario mentre il mondo girava e la vita si provava un altro vestito.

I pugni chiusi, davanti alla faccia.

Io sono uno che cammina con i pugni chiusi davanti alla faccia. Perché di calci in bocca e di pugni allo stomaco ne ho presi. Forse ne ho dati, anche. Di sicuro non sono mai uscito dalle mie storie con le ossa tutte al solito posto. Scomposto, scassato, mischiato. Perché quando le cose finiscono ti senti così. Come un mazzo di carte buttato per aria, che non sai né come né dove finirai col cadere.

Io sono uno che cammina con i pugni chiusi davanti alla faccia. E da dietro le mani guardo quello che devo guardare. Perché gli occhi, questi occhi che vorrei saper sporcare di qualche bugia e colorare di un poco di falso, e non ci riesco e certe volte mi incazzo, questi occhi, dicevo, li tengo aperti. Ed a volte vedo cose che mi fanno paura. Ed allora li allargo come pozzanghere in cui far cadere la luna. A volte, invece, voglio solo capire. Ed allora li stringo, come fessure, come se stessi vedendo la vita che si spoglia attraverso il buco della serratura.

Io sono uno che cammina con i pugni chiusi davanti alla faccia. E tengo alta la guardia. E guardo dietro di me, ché tanto queste mani mi tengono al sicuro dal mondo. E vorrei guardarlo negli occhi il mondo in cui vivo. E poi dirgli che mi fa schifo. Dirgli che lo odio e che vorrei che sparisse e morisse e sprofondasse. E poi, dopo averglielo detto, farci l’amore. Perché non riesco ad averne abbastanza, perché non riesco a tenerlo lontano, perché tanto non lo so fare.

Io sono uno che cammina con i pugni chiusi davanti alla faccia. Perché qualcuno si potrebbe innamorare di me. E trovare la chiave per aprire il posto segreto che tengo nascosto dentro il buco più nero del cuore. Perché l’amore é la chiave che ti apre tutte le serrature e lascia entrare la luce nello spazio più sacro dell’anima. E ti sconvolge, ti rapisce, ti strappa le ossa dal petto e ti tiene nelle sue mani. E qualche volta ti culla ed altre ti stritola, come se volesse prima accarezzarti e poi soffocarti. E non puoi non amare l’amore. Non puoi non adorare il suo modo meraviglioso di rovinarti la vita.

Io sono uno che cammina con i pugni chiusi davanti alla faccia. Perché ho scelto la solitudine. Ho scelto di correre da solo. Ho scelto di non aprire le mani e di non lasciar intravedere lo sguardo. Ho scelto di non metterle dentro le mani di qualcun altro. Qualcuno che avrebbe potuto camminare con me, fare un pezzo di strada con me e magari amarmi davvero o essermi amico o chissà che altro. Ho scelto la strada del lupo che corre a perdifiato nel bosco, che sfugge alla notte, che ulula forte alla luna.

Io sono uno che cammina con i pugni chiusi davanti alla faccia. Perché della vita non ho mai capito un cazzo. E l’unica cosa che so fare é continuare. Continuare così.

E adesso vieni qui.

Stringimi forte.

E non te ne andare.

Le parole di lei

Io non so cosa si prova a stare senza di me. E potrei provare a chiedertelo, ma avrei paura di sentirmi rispondere “niente”. O “non lo so”. Il terrore di essere stata intangibile. Il terrore di non aver lasciato alcun segno. Sulla tua pelle. Sul tuo cuore. Il terrore di non essere stata.  Eppure non riesco a non chiedertelo. Perché tu sei la mia dannata voglia di sentirmi finalmente viva e cosciente di me.

Il silenzio e questa distanza. Abbiamo messo steccati lungo le strade che portavano a noi. E non abbiamo più voglia di oltrepassarli. Ora che sento che ogni cosa finisce, capisco che il desiderio che mi ha consumata non è stato quello di voler essere speciale. Ma di essere unica. Di averti per me e di essere per te. Unici. Che non lo siamo mai stati davvero. Che ti ho odiato fortissimo perché non riuscivo ad amarti abbastanza per esserlo. I miei perché ed i tuoi silenzi. Ed i miei sospiri, ora ed adesso. Rimbalzano fra le pareti e mi portano l’eco sempre più debole dei miei “ti vorrei”.

L’unica cosa che avrei voluto mentre mi hai guardata andar via era che dicessi il mio nome. E mi sarei fermata. Avrei guardato il mondo girare dentro le pozze di acqua piovana. Per un attimo. Quell’attimo in cui capisci che esiste quel po’ di possibile che così fortemente desideri. Avrei respirato profondamente e mi sarei lentamente girata verso di te. Il viso pieno di lacrime. Ma lacrime dolci. Lacrime di te che sei mio ed io sono tua. Lacrime del nostro essere noi. Lacrime che avrebbero detto soltanto le parole che la bocca avrebbe taciuto.

Ed invece mi hai lasciata camminare da sola. Su strade che davvero io non so riconoscere. A tentoni mi muovo nel mondo come chi ha perduto la luce. E mi sfugge il senso del nostro esser stati qualcosa. Che non so nemmeno dire che cosa. Ma qualcosa era di certo. Qualcosa mi sentivo di essere. E quel qualcosa avevo imparato ad amarlo. Ora invece mi abbraccio da sola di notte, mentre guardo la luna e mi chiedo perché di tutte le stelle la più bella sia quella che splende da sola, lì in alto. Mi chiedo perché questa solitudine ingrata e mai chiesta mi abbia bussato alla porta. E mi torna alla mente il tuo sguardo fisso lontano. Oltre il mio sguardo, la mia spalla destra. Mentre invano ho cercato di entrare nello spazio remoto di quei tuoi dannati occhi azzurri. Perché avevi deciso, lo so. Perché avevi già stabilito percorsi che seguivano linee soltanto diritte e mai curve. Le tue, attraverso le mie.

Ora sto qui, tra queste mura che dovrebbero essermi amiche ed invece mi restituiscono l’eco di risate e di baci, di grida d’amore e di rabbia, di te che non torni, di me che rimango, ora, dicevo, vivo questo spazio che appare infinito e che invece mi opprime e mi toglie il respiro. La solitudine è una libertà non richiesta, ottenuta senza lottare. Non c’è premio in questa ritrovata indipendenza. Che davvero non ho desiderato e che invece, ancora una volta, tu, che hai sempre deciso per noi, mi hai imposta. E mi costringi a barricarmi dietro il mio fottuto rancore. Ché davvero ti odio pur non potendo non continuare ad amarti.

Vai dunque per la tua strada, se credi. Non ho chiesto che mi seguissi. Né io ti seguirò. Avrei solo voluto continuare a camminarti vicino. A farti l’amore guardandoti dritto negli occhi, a farti del bene sfiorandoti il viso, a parlare con i tuoi silenzi infiniti, a giocare con quel tuo essere a volte iracondo, rabbioso. A placare il tuo desiderio di pace. I miei giorni continueranno. Indugeranno sull’orlo del desiderio continuo di te. Sulla quella voglia dannata che ho di essere una delle tue maledette parole. Quella voglia di morire sulle tue labbra ancora una volta. Ed ancora. Ed ancora. Finché non fosse diventato per sempre.

La favola di Uto e di Pia

Voglio raccontarti una storia. Una storia che comincia ogni volta che piove. Ed ogni volta che piove puoi vederla accadere. Appoggia gli occhi alla finestra ed osserva. Mente appanni il vetro con pensieri e parole, le gocce di pioggia intrecciano i loro destini, precipitando verso il tuo davanzale. E ti sorprenderai vedendo la strada tortuosa che fanno, fatta di percorsi impossibili.

Questa storia parla di due gocce di pioggia. Una parte dall’angolo in alto a destra. E l’altra dall’angolo in alto a sinistra. Sono arrivate insieme, credo. Sospinte dal vento fortissimo che sta tirando questa mattina. L’aria, che a volte sembra vorticare di impeti gelidi, le ha buttate sulla finestra, come naufraghi sballottati dal mare e poi depositati senza riguardo sulla prima spiaggia possibile. Sono li, ferme, ognuna dentro il suo angolo. E stanno così attaccate con tutta la forza che possono al loro lembo di vetro.

E si guardano, non troppo lontane. Si sorridono e forse si piacciono. Pia, la goccia in alto a sinistra, é bella e rotonda. Ha un cuore di acqua brillante, pulita. Se ti fermi a guardarla puoi vederci attraverso il mondo di là. E quasi potresti pensare che il mondo di là sia lui pure brillante e pulito. Uto é una goccia sottile, più lunga che larga, sembra quasi una striscia di acqua sottile, una fessura per monetine. È arrivato sospinto dal vento ed ha perso la sua forma rotonda. Si sorridono e forse si piacciono. E Uto arrossisce. E Pia si innamora.

Un colpo di vento, di quelli fortissimi, il cielo che ulula. Grigio un po’ dappertutto. La finestra su cui appoggi le mani trema senza che tu te ne accorga. E mentre tu continui a cercare il futuro dall’altra parte del vetro, le gocce iniziano a scivolare. Pia spalanca la bocca terrorizzata. Sente le forze abbandonarla. Cerca Uto con gli occhi e lo vede, ancora attaccato al suo angolo buio. Lui la scorge mentre il vento colpisce. E decide di abbandonare il suo piccolo nido. E così inizia a scivolare, disegnando linee spezzate per cercare di prendere la mano di Pia, tremante nello sforzo di rimanere attaccata al vetro freddissimo.

Il vento si fa più insistente, il freddo aumenta e l’aria porta la voce di luoghi lontani. Ma ecco. Uto è arrivato vicino e tende la mano. Pia gli sorride, lo tocca. Felice di averlo vicino lo tira verso di sé e vorrebbe baciarlo. Lui timido un pò si schernisce nella sua forma allungata e la guarda mentre continua a disegnare linee infinite con la sua coda di acqua quasi ghiacciata. Poi si accosta alle forme rotonde di lei e vorrebbe perdersi nella sua luce brillante. E sono viciini, vicini che forse finalmente la bacia e vissero felici e cnontenti. Ma ecco di nuovo quel vento violento. E le gocce tremano ancora e precipitano rapide verso il davanzale.

Uto! lo chiama, il suo è un grido muto, fatto di solo tremore. Uto! la voce si perde dentro il grido pauroso del vento. Lui scivola rapido tra le gocce che cadono, punto lontano fra linee irregolari ed infinite. Lo guarda cadere e decide di abbandonare la presa. Ed insegue la traccia sottile della striscia di lui. Precipita verso il davanzale gridando il nome di lui. Rimangono fermi davanti al bordo bianco del marmo a guardarsi ancora una volta. Poi il vento urla di nuovo. E loro cadono giù.

Questa è la storia che vedi ogni volta che ti fermi a guardare la pioggia. Mentre cerchi il futuro dall’altra parte del vetro, ogni tanto pensa alle gocce che vedi. Ti racconteranno una storia bellissima, una storia di cose improbabili. L’amore impossibile di Uto e di Pia.

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