La notte porta consiglio

La notte a Roma succedono cose strane davvero. La più strana che ti può capitare è sentire il silenzio. Perché Roma è una città che fa rumore e che ti fa rumore dentro. E ti incazzi e ti innamori e studi e lavori. E lei ti fa rumore, dentro. Poi la notte arriva questo silenzio che ha il sapore della pace a cui non sei più abituato. Ti senti perduto, smarrito, ti guardi un po’ intorno pensando al silenzio come a qualche mostro da incubo.

E il silenzio ti porta, per esempio, il rumore dei passi delle persone. A Roma non è così facile sentire il rumore delle suole sopra l’asfalto. Ma la notte, se ti fermi un momento a rispettare la pace che hai intorno ed azzitti un secondo i pensieri, li senti arrivare. Sono passi, di uomo o di donna, e vanno lenti o veloci. E piano piano acquisti dimestichezza e capisci se calpestano l’asfalto del marciapiede o il marmo delle soglie dei portoni. Ed inizi a scrivere storie dentro la notte, fatte di incontri, di amori, di sguardi fugaci, di vita che accade.

Perché la notte in fondo é così. Un vuoto da riempire di cose. Di suoni o di sogni. Di persone, vere o inventate. Perché la notte alla fine si resta da soli. E il silenzio, il silenzio di Roma, quello pesante della città addormentata, lo senti fortissimo. Il sangue che pulsa dentro le tempie e i passi sconosciuti di qualcuno là fuori. Quella è la voce del silenzio di Roma. Da soli, dentro la notte, smarriti nei sogni. Oppure svegli con mille domande. Perché la notte si parla. Si parla da soli, dentro il silenzio, in fondo, nel profondo del cuore, mentre il sangue fa sempre il solito giro e fa suonare il silenzio dentro le tempie.

La notte di Roma ti insegna la solitudine. Non quella depressa e sconfitta di certe scelte eremitiche che sanno di estremo. Ma quella consapevole e serena fatta di volontà di se stessi. Quella delle domande, anche senza risposta. Quelle in cui pensi a qualcuno che ti manca davvero ed a quanto davvero lo vorresti con te in quel momento. E magari dorme a un centimetro da dove sei tu o a mille chilometri a est. E davvero non conta, perché a volte i centimetri separano più dei chilometri se le anime sono lontane. Così, sospesi in questa specie di catalessi, pensiamo al suono delle parole. Le scopriamo più o meno rotonde, ne cerchiamo gli spigoli, ne sentiamo la punta acuminata e ci inganniamo a pensare che il fastidio che danno sia invece la peperonata di mamma che corre verso l’ignoto. Pensiamo alle voci, pensiamo alle mani, pensiamo agli occhi che vorremmo tenerci attaccati alla pelle ed al cuore.

Pensiamo ai nostri vorrei. Ai “ti vorrei”. Pensiamo ai “sarei”, ai “potrei”. Desideriamo al condizionale. Perché per comprare il futuro dobbiamo prendere in prestito il presente che abbiamo e metterci un’ipoteca fatta di condizionali. E alla fine, non ce ne curiamo poi tanto, torniamo bambini e ci diciamo qualcosa che suona come “facciamo che ero”. Ecco. Presente imperfetto. Perché sarà vero che questa storia che la notte porta consiglio è una stronzata, ma la notte spesso ci azzecca. E se non altro gioca a carte scoperte.

La notte a Roma succedono cose strane.

Succede che per non pensarti, penso ‘ste cose.

Poi smetto. Giuro che smetto.

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Claudia, un qualunque giorno di Roma

Ci sono mattine in questa città che ti sembra di vivere in un gigantesco paese. Anzi, ci sono mattine che Roma sembra un cumulo di tanti paeselli diversi, uno accanto all’altro. Ognuno con la sua piazza, le sue campane, le sue vecchie sull’uscio o alle finestre. I panni stesi, da un civico all’altro. E quei maledetti gerani, che le vecchie sull’uscio altri fiori non ne vogliono mettere. E ancora i bar di quartiere, che hanno tutti la stessa serranda. E la stessa insegna, di neon anni settanta. E se questo davvero fosse un paese, e forse lo è, in quei bar ci troveresti di certo il parroco e il maresciallo.

Quando Claudia si alzò dal letto si avvicinò alla finestra. Il giorno era bello di un sole pieno ma freddo. E lei quasi spavalda, orgogliosa nei suoi occhi verdissimi, aprì la finestra con quel gesto quasi liberatorio che apre il petto alla luce del giorno. L’aria gelata si posò, per nulla gentile, sulle guance ancora rosse di letto. Il tocco del gelo la costrinse un poco a contrarre lo sguardo. Rimase così, per nulla convinta alla resa ed anzi un poco incitata dal calorifero ancora un po’ tiepido al quale teneva accostate le gambe. Quando ebbe respirato in pieno l’odore di legna bruciata di certe mattine romane, abbassò lo sguardo sulla città ancora assopita e, guardando la vita succedere, pensò quello che stava pensando. Roma è una specie di grande paese.

Lasciò aperta quella finestra a disperdere l’odore della notte appena trascorsa. Con le spalle alla luce guardò verso il letto ancora disfatto. Ed accanto al cuscino su cui aveva poggiato la testa riconobbe la forma di quella del lui con cui aveva diviso la notte. E sorrise, ripensando all’amore, ed ai baci, ed alla forma degli occhi azzurri di lui. Al suo perdersi tra le sue braccia mentre fuori la notte iniziava. Sorrise di nuovo. Sorrise di quel sorriso che fanno certi gatti, i gatti di Roma!!, che talvolta sembrano stare per dirti quale sia l’inganno alla base del mondo; poi si voltano, padroni di sé e di quello che hanno, e ti lasciano immerso nei tuoi punti interrogativi. Claudia aveva quel sorriso sornione, un po’ divertito mentre coi denti massacrava di morsi leggeri il dorso del medio della mano sinistra.

E lo vide. Lo vide di nuovo che dormiva nel letto con lei. Ne vide il respiro quasi affranto dopo l’amore. Ne rivide le linee del corpo, regolari eppure accoglienti, con i fianchi un po’ femminili che lei amava toccare. Era lì accanto a lei, in un sonno ristoratore, di passione appagata, di sensi oramai soddisfatti. Di lei che sentiva di amarlo e che forse sapeva, intuiva, voleva che l’amasse anche lui. Si trovò nuovamente nel letto, con la mano a tenersi la testa e le gambe, di pelle bianchissima, a ciondoloni nel vuoto. E così immaginava di averlo con sé e sognava che quell’ultimo bacio, scambiato nel mentre il sole arrivava, fosse solo il primo di quella giornata e non l’ultimo della sua vita.

Dalla finestra entrava il rumore di una città risvegliata. Il ronzare indiscreto dei motorini e le voci delle vecchie sull’uscio o alle finestre, che sempre avrebbero avuto qualcosa da dire. Percepì distintamente l’odore dei loro maledetti gerani. Ma non se ne ebbe poi a male e quasi sfiorò l’incauto pensiero di volerne per sé. Le serrande dei bar, già alzate da un pezzo, restavano pigramente appoggiate in una sorta di omaggio a mezz’asta alla memoria della fatica e del lavoro, tragicamente scomparsi. Perché Roma è così, indolente e bellissima. Come le sue vecchie sull’uscio o alle finestre, i suoi gatti arroganti, i suoi parroci e i suoi marescialli.

Mentre la vita accadeva, Claudia andò a preparare il caffè. E l’odore del giorno prese infine la sua consistenza. Ed il colore, quel nero bruciato e fumoso, era quello dei mattini migliori. Sul tavolo briciole sparse, da ricomporre in pensieri ed idee e progetti ed un po’ di possibile. A questo pensava ed a questo credeva ora che dentro sentiva che quella era una storia davvero importante. E lo sentiva come sentiva ancora il vigore di lui ed il profumo della sua pelle, e dei loro capelli, del loro biondo così familiare e comune.

Con la tazza fumante si avvicinò alla finestra. E dall’altra parte del vetro una di quelle vecchie che stanno sempre sull’uscio o alla finestra, le sorrise da dietro quei maledetti gerani. E poi, con occhi celesti, ruspanti e vitali, le disse “a signorì, come state?”; e Claudia lasciò che gli occhi e la bocca ridessero insieme, di quella risata che lei riservava ai momenti più belli, fragorosa ed insieme discreta. Non rispose, ma la vecchia capì e sorrise di nuovo e lasciò i suoi gerani a prendere freddo ed i panni a prendere il sole.

Roma è così, un specie di accrocco di tanti paesi. Di storie lasciate nelle fessure delle sue mura, sempre antiche e vissute. Di voci che si rincorrono, di cani incazzosi che abbaiano a gatti orgogliosi, di pane che lo sai che è appena uscito dal forno perché ne riconosci l’odore fragrante, di giornalai che sanno di tutto e di barbieri e portiere che sanno di tutti.

Roma è cosi. A questo pensava Claudia bevendo il caffè. Pensava che l’amore è bellissimo. Pensava di volerne di più.

Stravaganti conclusioni

Il punto è che sono troppi.

Sono troppi i miei vorrei e non so scegliere fra quelli acerbi, quelli maturi e quelli davvero andati a male. Perché ci sono desideri freschissimi al banco dei sogni ed a volte non li so riconoscere.

Sono troppi i miei no e questi, invece, li dovrei scegliere con cura. Guardarli, pesarli, considerarli. Vedere se l’occhio che hanno è ancora luminoso. Perché se l’occhio è ancora luminoso, vuol dire che è un “no” bello e buono, di quelli che si sentono, che ti riempiono la bocca, il cuore e l’anima. Altrimenti li devo scartare e pensare che un “forse” possa aprire qualche possibilità in più.

Sono troppi i miei perché. E non è che sia colpa mia. E’ che la ragione mi impone domande che l’intuito non sa soddisfare. Ed allora arrovella quesiti, sgrana punti interrogativi e pone condizioni e “se” e “ma ” e “però”. E le domande mi portano lontano dove di sicuro hanno nuove compagne ma nessuna risposta.

Sono troppi i miei capelli.

Sono troppi i miei “ti amo”. Troppo grandi. Troppo più grandi di me. Troppo grandi per me. E le parole che uso non sono in grado di fare barriera, non sanno arginare. Perché l’amore ti sfonda la porta del cuore senza citofonare.

Sono troppi i miei “ancora”. Che davvero non riesco ad essere sazio.

Ma poi in fondo, chissenefrega.

 

Piano, forte

Le sue mani correvano rapide. I tasti, ora bianchi ora neri, restituivano suoni puliti. I gesti precisi, educati della mano sinistra accompagnavano l’impeto quasi furente della propria sorella. Le dita scorrevano su pelle di amante, mentre tutto l’intorno risuonava di note,

Aveva braccia leggere e spalle che apparivano forti. Una camicia bianca, di lino, gli scendeva lungo l’ampio torace. Sorrideva nei suoi occhi che parevano sfere d’azzurro e di grigio. La musica invase la stanza, il crescendo dominava nell’aria mentre l’estasi quasi celeste dei gesti scompigliava il biondo che gli colorava i capelli. Il respiro, ora quasi affannoso, lo guidava verso la fine del pezzo che stava suonando.

Ora la testa si piegò leggermente in avanti ed una specie di dolore indicibile gli contrasse il sorriso. I bemolli e i diesis mutavano in lui come maree contrastanti, attraenti. La risacca di note più basse e profonde accarezzava lo scoglio di crome più acute. Domande e risposte si succedevano rapide, mentre i piedi, nudi e sottili, toccavano morbidi la sordina del piano.

La finestra era aperta e lasciava incontrare la musica con l’aria più densa della notte inoltrata. Roma dormiva il suo sonno, qua e là punteggiato di momentanei sconquassi di sirene indiscrete. Nel cielo, nero e compatto, niente affatto striato di nuvole, una luna ben piena governava la volta. Accanto le stelle di sempre, familiari presenze.

E la musica giunse al suo culmine estremo. Tutto il corpo proteso in una specie di vibrato melodico, gli occhi chiusi a immaginare percorsi già noti, suonava e lasciava che il suono riempisse la notte. Arrivò quell’ultima nota, semibreve rotonda, finale. Nell’accoglierlo tra le sue forme rotonde pretese un respiro profondo, esiziale, di quelli che sanno di definitivo. Appoggiò l’anima ai tasti e poi venne il silenzio,

Si alzò e ricompose se stesso. Attraversò a passo lento la stanza del pianoforte, strofinandosi il viso con le mani sottili, ma grandi. Arrivò alla finestra con l’intento di chiuderla. E fu allora che la vide sorridere, il viso racchiuso nei palmi, lo sguardo diretto alla finestra di lui. Si guardarono per un attimo che sapeva di cose infinite. Lui sorrise cortesemente e lei di rimando. Negli occhi verdi di lei la preghiera di sentirlo di nuovo suonare. Lui capi e sorrise, scuotendo la testa. La guardò, incorniciata dalla finestra. E sorrise di un sorriso sincero. Si girò, riavviandosi verso l’interno. Tirò con gesto sicuro le tende e la luce abbandonò quella stanza.

Lei rimase così, sospesa nel giro tortuoso in cui attorcigliava i capelli. Attese paziente di sentire di nuovo la musica. Mordeva il suo labbro inferiore, vogliosa di quella figura e della sua capacità di dare voce ad armonie sconosciute. Non un suono arrivò. Ed allora comprese che la notte aveva vinto le note. Si scoprì a cercare il Gran Carro, maestoso tappeto di stelle.

Guardava nel cielo chiedendo consiglio. Le stelle rimasero ferme, lasciando il terreno al tempo sfuggente. Attese ancora ed ancora mentre il mondo dormiva. Si risolse infine a rientrare non prima di aver visto la luna affogare, rotonda e in silenzio, dentro una lacrima.

Lo specchio

Appoggiò la borsa sul mobile. E rimase un momento a guardare se stessa. Gli occhi, di verde e di azzurro, rimbalzavano dallo specchio che aveva davanti. Una ruga, che prima non c’era, si affacciava ai bordi dl viso, discreta. E sapeva che quel segno del tempo la rendeva più bella, più donna. Perché la pelle, diceva, racconta chi siamo. Sorrise un momento, indugiando in questi pensieri.

Intorno l’aria era fresca. Quell’odore di pulito educato, di stanze accoglienti. Con le mani sollevò i capelli sopra il collo, scoprendo un filo di perle bianchissime. Rimase così per un secondo, ammirandosi un poco. E le venne da ridere immaginandosi diva. Poi lasciò che quei ricci foltissimi scendessero di nuovo in cascate ribelli mentre lei allentava i polsini della sua camicia nera di seta. Il tessuto scorreva leggero tra le sue mani, lasciando scoperti i polsi sottili. Guardava per terra, ché gli occhi cercavano altrove domande e risposte che le mani, tutte impegnate, non potevano dare.

Lo specchio la guardava sornione mentre ora si apriva la camicia sul petto. E lei, che sapeva di essere vista, sorrideva tenendo gli occhi un po’ bassi. Spostò appena il collo a sinistra rivelando la linea sinuosa delle spalle e del viso. Poi lasciò che la seta scorresse leggera dalle spalle al pavimento, percorrendo l’intera lunghezza del corpo. Scivolando in onde di stoffa, cambiando colore nella luce amaranto del giorno, accarezzò le scapole magre. Poi indugiò sui fianchi ben fatti, linee curve su cui disorientarsi. Continuò la sua corse sfidando il contatto con la gonna che ancora indossava, lunga appena fin sopra il ginocchio. Quando ebbe lasciato il porto sicuro delle gambe di lei, dopo avere toccato, non senza un sottile fruscio che sospirava piacere, le calze nere e leggere, quella seta infinita morì finalmente sul tappeto, adagiandosi quieta accanto ai suoi tacchi, austeri gendarmi laccati di nero.

Ora il sole moriva scomparendo pian piano dietro i tetti di Roma. Che a quell’ora, quella in cui il giorno si appresta a lasciare il posto alla notte eppure quasi non vuole come bambini che fanno i capricci per non andare a dormire, i tetti sono rossi anche se hanno altri colori, e le finestre so accendano di toni caldi e di serenità conquistate. Era l’ora in cui l’aria sembra raccogliere fiato ed idee prima di fare il suo salto dentro la sera. Lei guardava le nuvole disporsi ordinate nel cielo, sipario alla luna e alle stelle, mentre le mani, ruotate al contrario e comunque precise, indugiavano sulla chiusura del reggiseno.

Le dita si muovevano con gesti precisi, la luce colpiva le unghie laccate di rosso. I ganci scattarono pronti al tatto dei polpastrelli, quasi fossero in attesa di un ordine. Ed il corpo ebbe un lieve sussulto mentre gli elastici lo lasciavano libero. Alzò lo sguardo e si vide dentro lo specchio. E lo vide. Vide lui appoggiato sul fianco, disteso sul letto, sorridente e con gli occhi pieni di lei. Ed allora abbassò dolcemente le palpebre e tenendo le braccia incrociate sul petto, sospirò e si girò su se stessa.

Quando apri di nuovo i suoi occhi, il letto era ben ordinato, senza pieghe né solchi. Respirò quel sentore di fantasie inascoltate, assaporò la delusione di desideri non esauditi. Guardò fuori dalla finestra la città finalmente pacificata. Poche auto arrancavano ancora lungo la strada.

Osservò la notte avanzare mentre la solitudine le baciava le lacrime.

Un pò di cose in cui credo

Io credo che le storie devono essere piccole. Le storie da scrivere,  intendo.  Perché qui si vive a momenti, ad istanti.

Io credo che fare l’amore è bellissimo. Ma credo che il momento più bello è quello subito dopo quando i corpi si placano e le anime continuano a toccarsi e a volersi.

Io credo che dovremmo mandarci a fanculo più spesso. Perché la cosa migliore che possiamo fare è ripartire dalle incomprensioni, farle nostre e poi ricostruire.

Io credo che amare sia un verbo meraviglioso. Ma la meraviglia più grande sta dentro il “prendersi cura”. Perché li c’è l’amore ma c’è anche la compassione. Che non è pietismo del cavolo.  Ma è dire “io sento quello che senti, ci sono e sto qui”.

Io credo che in amore non vince chi fugge. Ma vince chi resta seduto e sorride guardando da qui lo stronzo che è voluto fuggire.

Io credo che la cioccolata sia buona.

Io credo che “sempre” e “mai” siano parole da cancellare. Perché la dimensione bella da vivere è il “durante” che siamo.

Io credo che odio il passato perché li tu non ci stavi.

Io credo che spero.

Io credo che tu.

Stop.

La lama di vetro

“Ho trovato parole sparse qui intorno. Dizionario sragionato di questa follia. Una mappa del senso del mondo che davvero non riesco a capire. Ora dimmi se esiste una direzione. O se esiste un punto di arrivo. Ovunque od altrove non c’é posto per noi”.

Rilesse ancora ed ancora. Un biglietto lasciato sul comodino. Seduta nel letto teneva quel foglio con entrambe le mani. I capelli, neri che neanche la notte, precipitavano in torrenti confusi sopra le spalle. Rilesse di nuovo. Rilesse e rilesse mentre fuori l’aria cambiava colore e passava dal bianco dell’alba al giallo dell’inizio del giorno.

Era il dubbio che la lacerava. E la fuga notturna di lui le imponeva domande irrisolte. Sensazioni di segni diversi ed opposti. Sbuffò. Si passò la mano destra tra i capelli e poi la fermò poco sopra la fronte. Rimase un momento così, gli occhi verdi aperti sul letto disfatto che cercavano esiti ignoti.

Un sole colorato di foglie d’autunno scivolava distratto tra le pieghe del letto e sfiorava con timidi lembi di luce il viso affilato di lei. E toccava con mano leggera quel biglietto che ora galleggiava sereno tra lenzuola in tempesta. Lei sbuffava e scalciava quasi fosse percorsa da brividi e spasmi. E la rabbia la invase e la prese. E all’intorno frammenti di vetro che un tempo erano stati una lampada bianca volarono verso l’armadio di fronte. Nel fragore della fine del volo, esplosero in mille suoni diversi, controcanto violento del suo pianto strozzato.

Una scheggia di vetro, che sembrava un coltello, le tagliò la mano, sul dorso. Ed il sangue defluì lentamente. Lei guardava la mano cambiare colore mentre rivoli scuri le correvano lungo le dita. Furente, cercò quel biglietto e lo strinse nella mano ferita. Si alzò ed aprì la finestra. L’aria fresca di fine novembre la investì in pieno volto. Un leggero soffio di vento le scostò i capelli dagli occhi e piegò la sua bocca in un lieve sorriso. Tramontana, si disse, mentre gli occhi cercavano forme tra le nuvole, poche, del cielo. Neve rossa fioccava sul pavimento, frammenti di carta e gocce di sangue.

Si guardò la mano ferita. Fece un piccolo sforzo nell’alzarla per poggiarla sul davanzale. Poi di nuovo una lieve fatica per scostarla dalla soglia della finestra e lasciò che il biglietto, nero di sangue ed inchiostro, scivolasse tre piani più in basso sul selciato bagnato della strada di sotto. Raccolse da terra la lama di vetro che l’aveva ferita. Richiuse con cura finestra ed imposte e riprese posto nel letto, tenendosi accanto quell’improvvisato pugnale. Si portò le lenzuola sul viso e le lacrime scesero lungo solchi ben noti.

Scivolavano lente. E dispersero il sangue rossastro che lei volle farsi uscire dal cuore.

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