La notte che il mondo fa il giro e la vita succede

La musica le rombava dentro le orecchie. Accordi potenti, di quelli che non ti dimentichi, ché ti prendono l’anima dentro le mani. E quei bassi, pieni di gravi, li senti che ti rimbombano dentro il petto. E risalgono poi insieme agli acuti come brividi che corrono sopra la pelle e centrano in pieno il pugno rosso del cuore. Teneva gli occhi ben chiusi e lasciava che il suono le riempisse la testa e le ossa.

La finestra era aperta. Il freddo entrava leggero, quasi chiedendo permesso. Fuori le colline viravano al nero notturno e la nebbia iniziava un poco a salire. C’era all’intorno un odore di calma apparente, un sapore di cose sospese nei loro condizionali. Un colpo di vento leggero attraversò con passo veloce la stanza. E passando accarezzò i libri sparsi sul tavolo, mosse le pagine che crepitarono quasi eccitate al suo tocco leggero. Poi si infranse contro le pareti, morendo infine in un impercettibile sbuffo di polvere sul pavimento. La luna era già alta nel cielo, vestita di una falce bianchissima, col solito codazzo di stelle vicine. Tutte disciplinate ed allineate meno quella spocchiosa e solitaria stella polare che aveva quel vizio bellissimo di brillare più delle altre.

Lei rimase seduta sulla poltrona di stoffa, con le braccia distese lungo i suoi fianchi dalle linee dolcissime. La sottoveste bianca fremeva sotto le carezze dell’aria notturna e le gambe, rosa di un rosa così naturale, un poco soffrivano l’abbraccio del freddo. Eppure rimase impassibile, la musica che le scuoteva i capelli castani. E quegli occhi, del colore dell’autunno appena finito, restavano chiusi come se volessero tenere chiuse dentro il fondo del cuore le note che le orecchie ascoltavano. La bocca stretta in un morso feroce sul labbro inferiore tradiva un’attesa spasmodica.

E quando arrivò quello che stava aspettando, le unghie si infilarono nella stoffa della poltrona. La testa, piena di quella cascata castana, si mosse verso la spalla destra, lasciando quella sinistra in una tensione muscolare perfetta, l’incavo del collo disegnato in punta di mina. Gli occhi le rotearono e finalmente una luce di lacrime le albeggiò dietro il colore brillante delle pupille. E lo vide. Lo vide mentre la stringeva forte al suo petto, le mani che le impedivano di articolare movimenti che non avrebbe comunque voluto compiere. E la bocca di lui lì vicino, vicino che respiravano l’uno dai polmoni dell’altro, vicino che l’aria che rimaneva sospesa tra gli occhi azzurri di lui e quelli marroni di lei avrebbe preso fuoco se avesse potuto. Vicino come i loro corpi avvolti l’uno nell’altro, di ombre che scivolavano lente l’una nell’altra mentre fuori il mondo faceva il suo giro e portava la vita a veder le vetrine. Ché tempo e spazio erano variabili inutili mentre lui le faceva forte l’amore e lei si sentiva di amarlo e volerlo e desiderarlo. E quella dannata canzone era il tappeto su cui stavano facendo l’amore.

Poi la puntina di diamante finì con lo scivolare nel vuoto e la musica morì nel silenzio. Si alzò dalla poltrona ancora in preda ad una specie di scossa nervosa. Il ricordo della notte appena trascorsa che le correva violento attraverso i nervi e sotto la patina diafana della pelle. Si strinse tra le braccia scoperte e si avvicinò alla finestra. Fece per chiudere i vetri e sorrise. Fuori la terra era diventata scura e invisibile. Solo la nebbia sbaffava i contorni disegnando sfumature grigiastre che lasciavano indovinare profili ed altezze. La luna resisteva nella sua falce biancastra e la sua corte di stelle obbediva ossequiante. Tutte meno quella maledetta stella polare che doveva per forza brillare da sola. Lei guardò quel punto luminosissimo e per un attimo quasi sembrò che la stella ricambiasse il suo sguardo. Sarebbe tornato. Si, sarebbe tornato.

Chiuse le finestre e tirò le tende di seta.

La notte, discreta, rimase di là del sipario mentre il mondo girava e la vita si provava un altro vestito.

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