Di attese, mancanze, te e caffè

Aspetto. Aspetto come si aspetta il prossimo autobus. La vita che scorre a velocità diseguale. La testa che cerca conferme nell’orologio e poi perde l’orientamento sbattendo lo sguardo sui palazzoni di periferia. Mattine così, fatte di grigio. Il grigio degli abiti scuri, tessuti stretti nelle cravatte annodate attorno ai pensieri. Fatte di cieli indecisi e di tempi imperfetti.

Aspetto. Aspetto di sentire lo scatto della serratura. E distogliere finalmente lo sguardo dal tavolo dove unisco puntini fatti di briciole secche di pane. La porta che adesso si apre, la luce che filtra e disegna un perfetto angolo retto mentre il cardine ruota e lascia aperto lo spazio. Aspetto di sentire adesso il tuo odore che sovrasta arrogante quello ordinario del caffè del mattino. Aspetto di vederti sedere al tuo solito posto, col viso rivolto verso la tua amata finestra dove hai passato giornate infinite a soffiare pensieri. Ed hai trovato verità inaspettate dentro i vetri appannati.

Aspetto. Aspetto di poterti guardare. E ritrovare la forma dei tuoi fianchi e del tuo viso che adesso disegno, si lo so maldestramente!!, dentro il fumo un po denso del tuo non essere qui. Sono stanco di alzarmi al mattino e di trovarti lontana. Sono stanco di cercare nel fondo dei miei bicchieri una mappa che possa condurmi nel reame incantato di “tu dove sei”. Mi stringo le mani attorno alle spalle, quasi voglio abbracciarmi da solo. Ti guardo e mi immagino vederti arrivare, con quel passo marziale, sicuro. Quel rumore di tacchi che sembra riempire lo spazio, i tuoi gesti sereni, le tue mani che cercano il mondo tra rossetti e cartacce disperse dentro la borsa. Quel tuo gesto veloce, di occhiali levati dagli occhi con fare distratto, la stecca appoggiata su quelle tue labbra fottute mentre esplori i capelli con dita che sembrano intente a risalire correnti impetuose di ricci.

Sul fornello qualcuno borbotta, la domenica arriva quando la moka, si ho ancora quella gialla e nera che hai comprato tu, decide che il giorno é cominciato. Mi avvicino alla luce ed inizio a pensare. Potrei scrivere o disegnare. Suonare o dipingere. Ma resto fermo, respiro mancanze e attraverso la vita. Aspetto. Aspetto di capire cos’è questa storia che si chiama ritorno. E mentre, neanche fossi Penelope, guardo verso orizzonti lontani tessendo tele infinite, sorrido dei nostri ricordi. Ti cerco fra le pareti che rimandano l’eco dei miei “ti vorrei”.

Tornerai? Non lo so. Né lo sento, o lo spero o lo immagino. L’orologio per ora descrive i suoi cerchi. Io mi metto seduto e mi prendo il caffé.

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