Lo specchio

Appoggiò la borsa sul mobile. E rimase un momento a guardare se stessa. Gli occhi, di verde e di azzurro, rimbalzavano dallo specchio che aveva davanti. Una ruga, che prima non c’era, si affacciava ai bordi dl viso, discreta. E sapeva che quel segno del tempo la rendeva più bella, più donna. Perché la pelle, diceva, racconta chi siamo. Sorrise un momento, indugiando in questi pensieri.

Intorno l’aria era fresca. Quell’odore di pulito educato, di stanze accoglienti. Con le mani sollevò i capelli sopra il collo, scoprendo un filo di perle bianchissime. Rimase così per un secondo, ammirandosi un poco. E le venne da ridere immaginandosi diva. Poi lasciò che quei ricci foltissimi scendessero di nuovo in cascate ribelli mentre lei allentava i polsini della sua camicia nera di seta. Il tessuto scorreva leggero tra le sue mani, lasciando scoperti i polsi sottili. Guardava per terra, ché gli occhi cercavano altrove domande e risposte che le mani, tutte impegnate, non potevano dare.

Lo specchio la guardava sornione mentre ora si apriva la camicia sul petto. E lei, che sapeva di essere vista, sorrideva tenendo gli occhi un po’ bassi. Spostò appena il collo a sinistra rivelando la linea sinuosa delle spalle e del viso. Poi lasciò che la seta scorresse leggera dalle spalle al pavimento, percorrendo l’intera lunghezza del corpo. Scivolando in onde di stoffa, cambiando colore nella luce amaranto del giorno, accarezzò le scapole magre. Poi indugiò sui fianchi ben fatti, linee curve su cui disorientarsi. Continuò la sua corse sfidando il contatto con la gonna che ancora indossava, lunga appena fin sopra il ginocchio. Quando ebbe lasciato il porto sicuro delle gambe di lei, dopo avere toccato, non senza un sottile fruscio che sospirava piacere, le calze nere e leggere, quella seta infinita morì finalmente sul tappeto, adagiandosi quieta accanto ai suoi tacchi, austeri gendarmi laccati di nero.

Ora il sole moriva scomparendo pian piano dietro i tetti di Roma. Che a quell’ora, quella in cui il giorno si appresta a lasciare il posto alla notte eppure quasi non vuole come bambini che fanno i capricci per non andare a dormire, i tetti sono rossi anche se hanno altri colori, e le finestre so accendano di toni caldi e di serenità conquistate. Era l’ora in cui l’aria sembra raccogliere fiato ed idee prima di fare il suo salto dentro la sera. Lei guardava le nuvole disporsi ordinate nel cielo, sipario alla luna e alle stelle, mentre le mani, ruotate al contrario e comunque precise, indugiavano sulla chiusura del reggiseno.

Le dita si muovevano con gesti precisi, la luce colpiva le unghie laccate di rosso. I ganci scattarono pronti al tatto dei polpastrelli, quasi fossero in attesa di un ordine. Ed il corpo ebbe un lieve sussulto mentre gli elastici lo lasciavano libero. Alzò lo sguardo e si vide dentro lo specchio. E lo vide. Vide lui appoggiato sul fianco, disteso sul letto, sorridente e con gli occhi pieni di lei. Ed allora abbassò dolcemente le palpebre e tenendo le braccia incrociate sul petto, sospirò e si girò su se stessa.

Quando apri di nuovo i suoi occhi, il letto era ben ordinato, senza pieghe né solchi. Respirò quel sentore di fantasie inascoltate, assaporò la delusione di desideri non esauditi. Guardò fuori dalla finestra la città finalmente pacificata. Poche auto arrancavano ancora lungo la strada.

Osservò la notte avanzare mentre la solitudine le baciava le lacrime.

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