Sempre quelle, sempre imperfette.

Era seduta alla scrivania. Con la testa nascosta dentro le braccia. Appoggiava la fronte ai polsi diafani. La finestra aperta sul mondo, la luna rossa ed enorme occhieggiava lontano, sul mare. Dal mondo di fuori veniva un vento leggero, le tende appena toccate dall’aria. Aveva il buio intorno.

Le mani sporche di inchiostro disciolto dal pianto. Macchie viola, poi nere, poi grigie. La carta sporca di parole. Sempre quelle, sempre imperfette. Sussultava in quel pianto appena accennato. La schiena esile si muoveva ritmica al tempo dei singhiozzi, ora strozzati ora più intensi. E mentre piangeva l’inchiostro proseguiva a perdersi in rivoli scuri, insinuandosi ora tra i piedi, ora sulle gambe sottili. E scorreva, scorreva impetuoso, mischiandosi al sale che le scendeva dagli occhi.

Alzo gli occhi rossi dal foglio, increspato, strappato e dovunque bruciato di nero. Con un gesto impetuoso spazzò il tavolo da ogni cosa. Frantumi di vetro, rumore di carta che si posa ondeggiando al terreno, di legno che cigolando tiene insieme a fatica i suoi pezzi. Il braccio destro teso in un gesto che sapeva di estremo. Lo lasciò cosi, apparentemente rigido e senza vita. Lo sguardo, confuso dal pianto, concentrato al centro del tavolo. Ancora quel foglio, quelle parole. Sempre quelle sempre imperfette.

Fissò per un attimo immenso quel pezzo di carta. Piegò la testa da un lato, quasi amorevole. Poi ne prese un angolo tra la punta delle dita. E con l’altra mano inizio a strapparne dapprima la lunghezza e poi la larghezza. E replicò nuovamente questo incrocio di linee per ogni metà fino a renderlo polvere. Raccolse le ceneri bianche nel palmo della mano sinistra. Si alzò, sfinita di disperazione. Gli occhi neri di trucco disciolto e di inchiostro. Si avvicinò alla finestra. L’aria fresca della notte  la investì in pieno viso spingendo i capelli all’indietro, scoprendo le linee regolari del volto e l’oscurità profonda degli occhi. Divise le briciole di carta tra la mano sinistra e la destra. Poi le avvicinò, congiunte alla bocca. E soffiò. Soffiò con forza dolcissima quelle parole di carta. E pregò il dio degli uomini di farle arrivare alle stelle.

Richiuse la finestra, e, seduta sul letto, raccolse le gambe tra le braccia. Rimase così protetta dal mondo ad immaginare nuove parole. Eppure erano sempre le stesse. Sempre quelle, sempre imperfette.

 

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