Bloggare è la cosa più bella del mondo

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Nell’ultima settimana sono successe un bel po’ di cose. A dire il vero ne sono successe talmente tanto che a volerle seguire tutte ho finito con il perdermi. Il risultato è che non ho scritto niente di quello che avrei voluto scrivere. E’ come riempire la parte di post-it; fanno un sacco di colore, tutto quel bel giallo, ma, alla fine, quanto si riesce a fare di quello che ci si è appuntati di dover fare? E’ un problema di organizzazione; o meglio, è un problema di masturbazione organizzativa il cui esito conclusivo è rappresentato da una coreografia piuttosto pulita ed ordinata di “to do” ai quali non segue un’effettiva ed efficace azione.

IL TERREMOTO

Insomma, c’è stato (e c’è ancora) il terremoto in Emilia; Matteo Bordone ha scritto un bel post in proposito. Ne cito un passaggio perché credo meriti una pausa di riflessione.

Ma il problema – mi sono dilungato, nemmeno volevo parlare dell’edilizia, è ovviamente colpa di Romani che mi fa fumare le froge – è quello della percezione che abbiamo noi italiani del terremoto. Ci sembra, in buona sostanza, che dalla terra, dalla natura, non possa che venire del bene, che sia impossibile che il “creato” ci si rivolti contro: un intoppo, un malfunzionamento di un sistema che altrimenti gira che è un piacere. Facciamo fatica a capire che il dramma sono solo ed esclusivamente gli esiti del terremoto.

Perché il terremoto è come il sole, che se ci vai sotto a mezzogiorno senza crema ti scotti, se ci stai tanto ti ustioni, e se non ti porti l’acqua nel deserto puoi anche morire; come il mare, che se non sai nuotare e cerchi di respirarlo poi ti tirano fuori che galleggi con le braccia penzoloni; come l’aria, che se tira vento forte può far cadere l’albero mentre tu fai una corsetta con le cuffie nelle orecchie, e non finisci neanche la canzone. I terremoti ci sono, ci saranno sempre, e ci sono sempre stati. E il fatto che la cultura cristiana ci abbia detto che è stato creato un pianeta apposta per noi non cambia le cose. Lo sappiamo da qualche secolo anche noi europei che non è così, e non serve essere dei freak ecologisti per prendere coscienza del fatto che il pianeta sia con noi, nel senso che ci comprende, è munito anche di civiltà umana, come comprende gli oceani, il Cervino e le foreste di bambù: non è per noi, né a nostra misura.

Questo, mi pare, taglia una serie di teste ad una serie di tori e offre l’unica lettura possibile di una situazione che è connaturata all’equilibrio dell’arancia blu (per i meno pronti: questa fu la definizione che diede Yuri Gagarin della Terra di ritorno dalla sua scampagnata orbitale nel 1961).

L’INFORME INFORMAZIONE

La patria informazione, intesa come macchina dell’informazione, si è subito prodigata nell’abuso del consueto termine “gara di solidarietà”; per certi versi anche giustamente. Mi sarebbe piaciuto trovare da qualche parte un trafiletto (non è certamente il dato più importante, è ovvio) in merito alla rilevanza di Twitter nella gestione dell’emergenza post-terremoto e nella concretizzazione di quella gara di solidarietà. Non serve sempre Piazza Tahrir per far emergere la centralità che i socialcosi hanno assunto nel nostro quotidiano; non sempre serve una rivoluzione per far capire che il mondo oggi gira diversamente da prima e che le notizie possono arrivarti senza filtro, senza l’intermediazione televisiva. Che, detto tra noi, è molto meglio. L’idea di potermi fare ancora una mia idea, tutta mia, solo mia, ancora solletica il mio ipotalamo e consente di rilasciare preziose endocrine. Interessante il punto di Massimo Mantellini in proposito:

Se c’è un momento sbagliato per prendere fiere posizioni su Internet, luogo per eccellenza a basso impatto di coinvolgimento personale, quello è quando accadono eventi tragici come quello di ieri. Si tratta di una forma molto umana di partecipazione da parte di chi desidera comunque far sentire la propria voce nell’esatto momento in cui gli eventi accadono. Due esempi al riguardo: la vasta platea di quanti hanno iniziato a gran voce a chiedere l’annullamento della parata del 2 giugno dietro l’hashtag #no2giugno, la discussione scatenata in rete dal post sul blog di Grillo (no il link non lo metto) che ridava voce, con imbarazzante puntualità, alle teorie controcorrente di un noto sismologo faidate. In entrambi i casi tempi e modi della discussione sono certamente sbagliati, scatenano diatribe e polemiche inutili, spostano il fuoco dell’attenzione verso direzioni che non lo meriterebbero. Antimilitaristi e feticisti delle scie chimiche avranno certamente ottime ragioni da esporre, ma non ora, per favore, domani magari, ma non ora. Invece il grande cono di attenzione indotto dalla tragedia è una tentazione per tutti.

BEPPE GRILLO

Ieri ero in treno e mi sono letto l’intervista che Grillo a rilasciato a Gian Antonio Stella. E’ stata una lettura interessante. La cosa più rilevante è che se molte delle cose che ha detto Grillo le avesse dette qualcun altro, allora, forse, potrei dire di avere ritrovato il mio partito. Dico questo perché non penso che tutto quello che dice Grillo sia automaticamente merda. In molti casi, vedi l’affare Brindisi piuttosto che la recente riesumazione dei sismologi fai da te o la questione della mafia che è meglio di Equitalia, spara delle cazzate così grosse che ti chiedi se siano delle provocazioni (e allora, però, bisogna rispondere in maniera intelligente) o se siano solo delle cazzate gigantesche (e allora è meglio star zitti). Però ci sono un paio di passaggi che mi hanno colpito e che mi hanno portato a pensare che, effettivamente, Grillo (lo dice pure lui) deve tornare a fare il comico, non prima, però, di aver fatto il cittadino ché questa è una qualità che prescinde dalla propria attività professionale. In altre parole, mi piace questa idea del coinvolgimento diretto delle persone, della famosa democrazia che arriva dal basso. Mentre ero in treno, e mentre il mio amico Roberto continuava a chiamarmi a raffica nel vano tentativo di intercettare un momento in cui il fottuto segnale fosse sufficientemente costante da riuscire a dirmi quello che mi doveva dire, mi sono chiesto perché la democrazia fatta dalle persone, dal popolo, venga dal basso. Banalmente mi rispondo che la democrazia viene dal solo posto da cui potrebbe venire se davvero significa “governo del popolo”; qualsiasi altro punto di origine determina la necessità di un aggettivo (democrazia rappresentativa, quella nostra per intendersi) e dunque presuppone una delega che, già di per se, disperde parte del potere del delegante. Di Grillo si può dire tutto. Ma credo che alcuni spunti, in primo luogo la necessità di vigilare sempre ed in prima persona su quello che accade, soprattutto a livello locale, sia un buon consiglio e mi sento di volerlo raccogliere.

LETTURE

Mi sono comprato un po’ di libri questa settimana. Si lo so, ho il Kindle, ho l’iPad e non sopporto la carta né mi va di continuare a tagliare alberi per produrne altra. Però qualche libro “alla vecchia maniera” ancora lo compro. Ed è sempre una bella sensazione, a prescindere da quel che si compra. Una visita in libreria ha di per sé il potere di allargare gli orizzonti e di metterti nella condizione di provare nuove combinazioni. Sarà per il gusto a volte un po’ oscuro di certi librai che mettono lo scaffale di scienze sociali accanto a quello di letteratura femminile oppure le novità accanto ai classici latini e greci (non senza una certa irriverenza nei confronti di questi ultimi). Sarà anche per il mio personalissimo voyeurismo che mi impone di guardare sempre quante persone si avvicinano allo scaffaletto della classifica e comprano invariabilmente il n. 1 del momento che è quasi sempre, diciamocelo, un libro del cazzo. Un giorno metterò su la mia libreria. E sarà bellissima, avrà anche l’angolo bar per il tè pomeridiano. Sarà organizzata in sezioni, suddivise in generi, in maniera molto quadrata, razionale. Sarà una libreria in cui non troverete Benedetta Parodi, non ci sarà la “varia”, la letteratura “non classificabile”; o meglio, ci sarà, ma sarà collocata nello scaffale “libri del cazzo”. Proprio così. I libri servono tutti, sia chiaro. Ma ci sono quelli che servono per essere letti e per migliorare noi stessi. E ci sono quelli che non servono a niente. Inevitabilmente sono quelli che piacciono a tutti.

Sono successe un botto di altre cose in questa settimana ma ora sono stanco, ho parlato e scritto troppo, devo pure uscire. Però qualche appunto l’ho preso, qualche nota l’ho scritta e Evernote è pronto. Bloggare è la cosa più bella del mondo.

P.S. giovedì 7 Giugno a Milano, allo Stadio San Siro, c’è il concerto di Bruce Springsteen, il primo del mini tour italiano. Io ci sarò. Se volete ci vediamo lì. Riconoscermi è facile: alle due e mezza del pomeriggio avrò già la vena del collo gonfia.

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