Ready Player One (o Insert Coin, fate voi)

 

Domenica sera ho finito di leggere “Player One” di Ernest Cline. Vorrei essere così audace e presuntuoso da non dirne nulla, lasciando solo a quelli come me, geek o nerd che siano, il piacere di condividere una lettura comune senza che i comuni mortali possano accedere allo stesso arcano sapere. La mia ansia ciarliera mi impone però, a beneficio dei non eletti (quelli che altrove sono definiti come i molti che sono chiamati), di dare alcune brevi coordinate.

Wade Watts è un ragazzo di 18 anni. Vive negli Stati Uniti, a.d. 2040 in uno scenario post apocalissi economico sociale (insomma il nostro futuro più probabile). Il mondo, in estrema sintesi, non è un bel posto; allora meglio rifugiarsi in OASIS, un mondo virtuale estremamente avanzato in grado di garantire una esperienza digitale in prima persona di altissimo livello (avete presente i visori, i guanti, quelle cose tipiche della “realtà virtuale”? Ecco, quelle. Solo che a un certo punto (bava alla bocca) si parla di tute aptiche piene di sensori, di macchinari tipo giroscopio in grado di ruotare la posizione del giocatore nello spazio ed affini). OASIS è stato programmato da un certo J.D. Hallyday, genio totale completamente immerso nella cultura dei suoi tempi, gli anni 80. E qui giù un profluvio di citazioni di film dell’epoca, di libri, di musica, di moduli di avventura di Dungeons & Dragons. E la cosa più interessante è che detto profluvio è funzionale alla progressione di un gioco, OASIS per l’appunto, il cui sviluppo e la cui natura porteranno Wade ed un gruppo di impavidi amici (geek oltre il midollo) a fronteggiare una maligna multinazionale corporativo-fascista nel tentativo di salvare il mondo.

E’ un romanzo d’avventura. Di quelli in cui succede sempre qualcosa. Quindi non è un libro da leggere la sera a letto perché ti leva il sonno, non te lo fa venire. Quindi vai di pomeriggio domenicale. Il problema vero è che, se ti prende, come è accaduto a me, la vita sociale ti si azzera neanche stessi giocano a Skyrim (il link da Wikipedia rientra nella famosa questione degli eletti e dei chiamati). Se poi non hai almeno un dottorato in “Storia degli anni 80” non ce la puoi fare; il marasma di citazioni di ogni genere (peraltro funzionali alla vicenda!) è tale da richiedere una conoscenza estremamente approfondita di alcuni fenomeni tipici di quell’epoca. Basti un esempio: pagina 565. I protagonisti si preparano al confronto finale (non vi dico in quali vesti, non ci credereste mai; a me sono venute le lacrime dalla commozione); per sferrare il loro attacco devono attendere che una sfera di energia generata da un potente artefatto (sì, dimmelo ancora ti prego…) si disattivi consentendo l’accesso al castello di Anorak, sede del confronto finale. Aech (si legge con la pronuncia inglese della lettera H) dice “Han deve far saltare lo scudo, dobbiamo dargli più tempo”. A questo punto il lettore può rientrare in due possibili categorie:

1) la cosa non mi smuove, però non capisco. mo’ chi è sto Han?

2) è evidentemente una citazione di Guerre Stellari, Episodio VI: Il Ritorno dello Jedi. La frase viene pronunciata da Lando Calrissian. Il vero geek sa che nella versione italiana la frase è diversa rispetto alla citazione che viene data nel testo. Nel film (come doppiato in italiano) Lando dice: “Han disattiverà quello scudo, dobbiamo dargli solo un po’ di tempo”. Ecco la differenza. Io sono un geek compulsivo con una sorta di religione monoteistica a forma di X Wing che mi naviga nel cervello (sì insomma, so Guerre Stellari a memoria). Quindi non solo sono in grado di seguire le battute e di sorridere/ridere ai riferimenti ed alle situazioni in cui l’autore li inserisce ma, come in questo caso, cogliere le sbavature di un lavoro di traduzione che non può essere stato, per la mole dei riferimenti, facile (segue email al traduttore, giuro che lo faccio).

Dunque non è “Delitto e castigo”, ma se non sfiori nemmeno la superficie di certe cose, stanne lontano; rischieresti di odiare un libro che invece è uno scrigno prezioso per tutti quelli come me, per quelli che hanno più o meno la mia età, per tutti quelli che oggi se trovano una scatola con i leoni di Voltron sono capaci di dimenticarsi di dovere fare la spesa.

Qui trovate un po’ di notizie sull’autore; ah sì, lui è lo sceneggiatore di Fanboys e lui possiede una DeLorean utilizzata in “Ritorno al Futuro”. Rispetto.

P.s. come è già accaduto con Steve Jobs all’indomani dell’acquisto del mio iMac, ho scritto una mail ad Ernest Cline mentre stavo per concludere la letture. Steve non mi ha risposto. Se Ernie dovesse rispondere ve lo faccio sapere.

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