Fus-Do-Rah!

 

Skyrim è il gioco che mi ha riconciliato con la mia Ps3, con il genere fantasy e con una certa idea del videogioco. Per motivi di tempo ho tralasciato una delle mie passioni, la mia vera passione. La famiglia, il lavoro, le urgenze del quotidiano sono irrinunciabile parte della giornata e come tali debbono essere gestite, salvaguardate, affrontate. Dunque, resta ben poco, in termini di energia e di tempo, per poter affrontare la sfida posta da un gioco. Mi domando allora se vi sia, per il mature-gamer, per quello che era un hardcore game ed ora, banalmente, non può più esserlo, uno spazio per poter coltivare, o ri-coltivare, una passione che, come tutte le passioni, non si può a lungo tenere sopita.

La risposta a questo quesito non facile si è chiamata Skyrim, nella mia esperienza. In questo inizio 2012 ho cercato di ricreare alcuni dei presupposti di una gloriosa carriera da videogiocatore. Senza evocare il Roy Batty che è in me ed i relativi bastioni di Orione e porte di Tannhauser conseguenti, ho visto cose (nei videogiochi) che appartengono ad alcuni dei miei migliori ricordi; ho provato emozioni intense di cui rammento ancora i momenti più vivi; ho riso, mi sono commosso, ho imparato, ho vinto ed ho perso. In questi primi giorni dell’anno ho cercato di ricostruire una parte di questo glorioso passato scaricando una versione demo di CrossOver Games per Mac. CrossOver Games è una sorta di porting, o meglio, di editio minor del noto Wine, il programma per Linux/Unix in grado di far girare programmi originariamente scritti per Windows. Una volta installato il tutto sul mio fido Mac, ho caricato il mio caro vecchio Guild Wars, riuscendo, non senza sorpresa, a riabilitare il mio account riportando in vita Aigat Noneim (suggestivo, bevvero?) il mio ranger/elementalista del 20/imo livello completo di tutti i suoi oggetti magici ed armi uniche varie. Mi sono ricordato le nottate a bastonare gli utenti americani in PvP negli scontri fra gilde avversarie ed i colloqui concitate in chatroom fatti di abbreviazioni e frasi in codice di cui oggi a malapena ricordo la sintassi. Mi sono avventurato in giro per il mondo di Guild Wars e mi sono sentito costretto. Non mi sono sentito libero di muovermi ma guidato da un percorso logico e narrativo che mi imponeva il da farsi.

La considerazione che mi sono trovato a dover fare è stata la seguente: a che pro cerco di divincolarmi dalle regole che sono costretto o che volentieri mi costringo ad osservare attraverso un videogioco se poi mi ritrovo a dover ancora una volta sottostare ad un sistema terzo per vivere le avventure che il mio personaggio è chiamato ad affrontare? Insomma, chi me lo fa fare? Avevo comprato da qualche giorno Skyrim. Il modico (!?) importo di quasi 70 declassati eurini versati come obolo natalizio alla Fnac mi induceva a dare a quel gioco almeno uno sguardo. Era il mio ultimo tentativo. Se non avessi trovato soddisfazione avrei venduto tutto in blocco, console compresa.

Sono passati otto giorni da quando ho finito la quest-line principale del gioco; ora sono impegnato in quella dei “Compagni” (niente spoiler è ovvio, ma che qualità!). Giocare a Skyrim mi ha ridato quel senso di evasione che ho provato quando giocavo ai miei videogame preferiti su PC, al liceo; la sensazione di perdersi in un mondo, ampio e virtualmente infinito, i draghi, la magia, le scelte ed una sorta di senso di autodeterminazione hanno nuovamente pervaso il tempo, poco o tanto che sia stato, che ho trascorso nel gioco. Come tutte le malattie c’è bisogno della medicina o della terapia giuste. E Skyrim è il gioco che mi sento di consigliare a quelli della mia generazione, meglio se ex giocatori di ruolo pen&paper, che hanno macinato chilometri in Morrowind ed Oblivion e che hanno trasformato la loro Ps3 (o Xbox che sia) in un tecnologico soprammobile prendipolvere accanto alla TV. Lascio a YouTube ed ai siti di informazione videoludica il compito di illustrare la magia di un gioco meraviglioso.

Da parte mia rispondo al mio stesso interrogativo dicendo che il tempo matura i nostri bisogni ed i nostri sogni. E ci rende, in parte, ancor più esigenti. Di certo rimettere le mani su Return To Zork, avventura testuale mai dimenticata, avrebbe in parte risollevato, per una sera, il mio umore di giocatore triste dandomi il piacere dell’immaginazione pura; ma avrebbe fatto da placebo e non avrebbe appagato il mio desiderio di avere qualcosa in più. Mi spiego meglio. Quando lessi “Il Signore degli Anelli” mi feci una certa idea dei personaggi; non solo della loro statura morale e dei loro sentimenti ma, in senso estremamente concreto, delle loro fattezze fisiche e del loro aspetto. Quando ho visto la Trilogia di Peter Jackson ho visto i luoghi del libro, i personaggi, principali e non, in carne ed ossa “fatti come li avevo fatti io” nella mia testa. Skyrim è un immenso universo fantasy che ho cercato a lungo; di tempo ne ho sempre poco, questo è certo. Ma mi impegno ad andare avanti nella scoperta delle quest e, magari, a tenerne un piccolo diario come ho sempre fatto per questo genere di giochi.

Esiste, quindi, uno spazio per un trentaquattrenne appassionato di videogame. E lo spazio è quello generato da questo tipo di giochi, dalla consapevolezza di un mondo vivo che si muovo all’unisono con il protagonista, che mutua, semplicisticamente è ovvio, alcuni basilari aspetti di libertà di movimento, fisico e morale, che consentono al giocatore una esperienza divertente ed al tempo stesso, sia pur limitatamente e coerentemente con l’ambientazione, matura. Si inverte, secondo me, il “teorema di Morpheus”: non più “proiezione reale del tuo io digitale” ma “proiezione digitale del tuo io reale”. Non è una questione di realtà virtuale. Non serve la realtà virtuale se hai una buona ambientazione, una storia credibile e coerente con quell’ambientazione ed una simulazione efficiente di un sistema sociale. Ieri potevo essere un fenomeno a far saltare gli alieni di Space Invaders!, oggi cerco qualcosa che replichi in parte aspetti della realtà, a prescindere dall’ambientazione, e mi offra la sfida giusta, quella di provare a fare l’eroe sovvertendola e trovando il tempo per farlo.

 

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