Parole sperdute

Sabato pomeriggio ci sarà una grande manifestazione organizzata dal PD. Noi andiamo. Non so quanto potrà essere determinante, ma sento di dover andare. So perfettamente che non avrò modo di parlare al microfono. Se potessi farlo, vorrei dire che ogni giorno che passa mi scopro a guardare sempre più insistentemente indietro e non avanti. Mancano le prospettive. La mia generazione ha odiato i propri padri perché ci hanno costretti ad onorare un patto generazionale che non abbiamo voluto e che abbiamo dovuto pagare. Non avremo la stessa fortuna con i nostri figli, credo. Vorrei poter essere tra quelli che verrano rinnegati dai propri figli per gli stessi motivi. Ma ho l’impressione che difficilmente accadrà. Più probabilmente mi troverò a dover condividere anni di incertezza e di difficoltà con la consapevolezza di non aver potuto fare nulla, di aver subito gli eventi. Anche per questo vado in piazza. Non vado a dire nulla, vado a capire se c’é qualcosa in cui valga la pena credere. Guardo alle mie piccole cose e capisco che io per primo devo rivedere il mio modo di essere; ho deciso di fare un inventario e di contare le cose che ho. Mi piacerebbe molto riuscire a non superare quelle cento cose che, secondo un certo modo di intendere la vita che ho imparato a conoscere dalle corrispondenze americane di Federico Rampini, consentono di recuperare il contatto con la realtà. Anche perché, devo essere sincero, della questione finanziaria, degli eventi connessi, non è che me ne freghi granché. O meglio, sono consapevole che tutto nasce da lì. Credo però che dovremmo sviluppare una sorta di egoismo solidale; una forma di introspezione che innanzitutto consenta di “rivedersi criticamente”, di cambiare il proprio approccio, di riscoprire parole che abbiamo perdute nel tempo, come “sobrietà”, “sufficienza”, “rispetto”, “ambiente”. Non mi interessano cose pseudo ascetiche o esagerate, in qualsiasi senso. Non avrebbero nessuna possibilità di determinare conseguenze positive. Mi interessa però provare. E la necessità, perché non c’è da vergognarsi a constatare la propria situazione, può essere una molla importante in questo senso. Oltre che un fattore educativo per i propri figli. Il gusto delle piccole cose, che non devono accontentare, ma devono soddisfare. Sembra strano, visto il lavoro che faccio. Ma fare il mio lavoro insegna, o dovrebbe insegnare, che il più grande potere che possiamo attribuire al denaro è quello dell’illusione. L’illusione di essere infallibili, immortali, intelligenti, capaci e pure un po’ furbi. E su questa illusione abbiamo costruito il nostro mondo dimenticandoci di scavare le fondamenta. Di questa mancanza dovremo rendere conto a chi verrà dopo di noi e ci chiederà conto non di quello che abbiamo fatto ma di ciò che non siamo stati capaci di fare.

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