Scoperte (ed ovvietà) dell’essere padre

Leggendo un estratto della postfazione dell’ultimo libro di David Grossmann, in corso di pubblicazione e tra poco disponibile, mi sono reso conto che, salva qualche rapida escursione pomeridiana, mi è capitato alquanto di rado di aver letto una favola della buonanotte ai miei figli. Esercizio indubbiamente sano. E non solo perché utile ai piccoli ascoltatori. E’ piuttosto evidente che il ruolo di genitore esponga a talune responsabilità di difficile quantificazione. Il peso della genitorialità credo si esprima anche attraverso la capacità di creare un sistema di complicità con i propri figli; una complicità che non deve, ritengo, sfociare nella promiscuità, ché i ruoli vanno sempre rispettati. Ma esiste un confine che talvolta è corretto superare, specialmente quando si accompagnano i propri figli verso quel territorio per loro spesso minato e difficile che è la notte. E la notte, almeno per me, è sempre stato il luogo della solitudine, il posto dove, per oscure ragioni, tutto quello che normalmente sono in grado di affrontare insieme alle persone a cui voglio bene, improvvisamente mi vede solo ed indifeso, obbligato a cavarmela da solo. Per un bambino questo senso di spaesamento credo sia ancora più evidente e stordente. Allora ben venga l’impegno di leggere loro una storia; un esercizio che, evidentemente, si porta dietro una serie di conseguenze ulteriormente positive. I bambini ampliano il proprio vocabolario, sono educati all’ascolto ed alla partecipazione, imparano ed incrementano il proprio bagaglio culturale. Ma anche per l’adulto, per il lettore, si aprono prospettive interessanti, la più rilevante delle quali è la capacità di contestualizzare, di rendere interessante il racconto e di saper catturare l’attenzione; dote quest’ultima che talvolta induce a spendere cifre più o meno alte in corsi e libri ma che una sana favola della buona notte può contribuire a sviluppare. Dice Grossmann: Noi adulti abbiamo la certezza (o l’illusione) che le regole del mondo e della natura siano immutabili. Ma un bambino non ha difese. Niente è scontato per lui. Questo grande potenziale rappresenta il migliore investimento che si possa pensare di fare quando si riflette sul proprio ruolo, che è quanto, stasera, ho deciso di fare. E così ho riscoperto la necessità di creare complicità attraverso la condivisione di un racconto, di una immagine, di una storia. Qui non è questione di Facebook, ma di banale fantasia che è la chiave per entrare nel mondo dei miei bambini in punta di piedi per poter essere davvero accolto e compreso. Se poi vorranno esprimere un “like”, meglio. Ma quello che vorrò vedere rimanere alla fine è quel senso di fiducia e di affidamento completo che si prova solo nel momento in cui ci dona completamente a loro.

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