Futuro passato

Ho finito da poco di leggere un bell’articolo di Internazionale. Si racconta della visita di Steve Jobs allo Xerox Parc. In quell’occasione Jobs, da poco fondata la Apple, andò a visitare la sede della Xerox per vedere di persona Alto, il personal computer che Xerox aveva creato. Jobs riprese, evolvendoli, i concetti dell’interfaccia grafica di Alto e li trasfuse nel Macintosh. Stessa cosa per il mouse, inventato da Engelbert nel ’50 ed implementato da Xerox nel suo pc. Tutta questa storia potete trovarla raccontata su Internazionale (insieme alla storia di Starkweather, uomo di punta di Xerox e poi di Apple) e su un po’ di siti in giro per l’Internet. In questo mese di Settembre, che ho deciso di dedicare all’archeologia della creatività, mi sono reso conto che il nostro presente è davvero il futuro che altri hanno immaginato. Di certo non stiamo viaggiando su macchine volanti, né voliamo nello spazio con la stessa sicurezza con la quale prenderemmo un autobus. Ma, più pragmaticamente, lo spirito di innovazione della generazione 60-70 della Silicon Valley rappresenta ancora un potente carburante della nostra attuale condizione, costantemente votata alla ricerca di un futuro che, per sua stessa natura, appare sfuggente ed in costante movimento. L’abusato termine di start up, di incubazione, di sviluppo è parte integrante del nostro linguaggio comune; usiamo questi termini quando vogliamo raccontare il futuro, o provare a farlo, magari condendo il tutto con i ben noti sapori propri di frasi ad effetto forzatamente evocative (storie, persone ed idee che cambiano il mondo, ad esempio; vero Wired Italia?). Quello che sfugge talvolta al senso comune è che la nostra presunta idea di futuro è un riciclo del passato; la nostra attuale società non ha altra molla se non quella del business; oggi chi ha una buona idea non la gioca al fine di migliorare un processo del quotidiano di ciascuno di noi (dal quale poi trarre un profitto, come è giusto che sia), ma è attratto solo ed esclusivamente dalle prospettive economiche connesse alla propria invenzione. Lo stimolo più grande è quello di essere acquistati da qualcuno di più grande che commercializzi l’idea e ricopra d’oro il suo scopritore. Non è un caso che buona parte della storia della Silicon Valley affondi le proprie radici nella controcultura americana degli anni Sessanta; esisteva, allora, un senso del bene comune e della rivoluzione come espressione di forze creatrici per un bene superiore ed universale che il nostro mondo ha disperso in funzione di più sicure logiche economiche. Quella di questi anni non è innovazione e di certo non è innovazione del pensiero. E’ una rilettura, neanche critica, di un atteggiamento creativo cui sfugge la forza distruttrice ed insieme costruttiva dell’idea di rivoluzione.

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