Bastava dirlo così

L’ultimo numero di Wired (di cui sto per disdire l’abbonamento in favore di una più pratica consultazione a mezzo iPad) è un florilegio di proposte e considerazioni in ordine alla necessità di apportare cambiamenti strutturali (parola dall’uso difforme e contraddittorio e comunque alquanto comune di questi tempi) al sistema educativo di questo Paese. Tutto giusto. Credo però che prima di proporre soluzioni occorra cercare problemi e denunciarne natura, entità e costi (non necessariamente e non esclusivamente solo economici). Pertanto ritengo doverosa una premessa, diciamo pure sistematica, che ho trovato perfettamente sintetizzata dal sempre puntuale Massimo Mantellini, qui. Poi facciamo tutti i discorsi che volete.

Così accadrà che dal piccolo tesoretto generato dalle aste delle frequenze attingeranno un po’ tutti, più alta sarà la cifra raccolta maggiore sarà il numero degli improbabili pretendenti, perché così vanno le cose in questo Paese, quando invece logica ed intelligenza avrebbero voluto che non solo i 300 milioni attualmente eccedenti dai 2,4 miliardi iniziali fossero destinati allo sviluppo tecnologico ma che l’intero ammontare dell’asta o comunque una quota molto consistente prendesse quella direzione. Che sarebbe poi l’unica traiettoria di un possibile riscatto nazionale da un ritardo tecnologico ogni giorno più pesante ed evidente. Manca qualcuno che comprenda nozioni semplicissime e altrove assai chiare: per esempio che le reti di comunicazione sono più importanti (molto più importanti) della tutela delle TV locali o anche del famigerato Ponte di Messina, che il digital divide culturale può essere affrontato solo con rilevanti investimenti che vadano dalla scuola, alla nuova informazione, alle scelte strategiche delle amministrazioni pubbliche e non regalando altri soldi a vecchi editori in crisi, che l’aumento di opzioni tecnologiche per le aziende e per i cittadini vale in prospettiva (lo so, non si può dire) infinitamente di più del palinsesto senile apparecchiato ogni sabato sera da Canale 5 o Rai 1 a colpi di Ballando con le Stelle e programmi di servizio pubblico analoghi.

Tutto questo non si può dire e soprattutto non si potrà fare per due evidenti ragioni: perché gli interessi del Primo Ministro di questo governo sono ovviamente imbevuti di questa arretratezza culturale ben retribuita ma anche perché, e questo vale certamente per l’amministrazione in carica ma anche per quelle che l’hanno preceduta, non è mai esistita nella classe politica di questo Paese alcuna vera cultura dell’innovazione. Se domani, per volere superiore, il governo del paese cambiasse, probabilmente ci troveremmo ad affrontare , come è accaduto in passato, i medesimi problemi e le medesime incomprensioni, solo con politici dai nomi e dagli schieramenti differenti.

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