Settembre, dieci anni fa.

Avevo 24 anni. Ero in macchina. Avevo una Lancia Y blu. Avevo da poco lasciato il mio primo amore, la Panda. Stavo guidando e, come al solito, avevo un cd che suonava nell’autoradio. A differenza di quello che accade oggi, ascoltavo molto poco la radio; preferivo mettere la mia musica. C’era l’iPod quando avevo 24 anni; l’iPhone ancora no e l’iPad men che meno. Ero all’università, mi sarei laureato di lì ad un paio d’anni. Da poco avevo conosciuto quella che sarebbe diventata, 5 anni dopo, mia moglie. Fu proprio lei a chiamarmi sul cellulare, mentre svoltavo l’angolo della strada dove abitavo quando ero con i miei. Lo schermo del mio Motorola TriBand, una specie di monumento al futuro in quegli anni, si illuminò di verde; schiacciai il tasto con la cornetta e risposi. “Andrea, guarda che sta succedendo un casino, sembra che ci sia stato un incidente impressionante in America. Appena arrivi a casa accendi la tv e guarda”.

E così ho fatto. Ho acceso la tv, ho preso il telecomando e mi sono buttato sul letto. La prima cosa che mi ricordo è che, pur facendo zapping, tutte le emittenti trasmettevano le stesse immagini. C’era un grattacielo dalla cui pancia, più o meno a metà dell’edificio, usciva del fumo nero. Da che ero semi disteso mi misi seduto. E’ un movimento che faccio spesso quando sono a casa e vedo qualcosa che cattura il mio interesse. E’ come se venisse scosso dal torpore della pigrizia. E così, mentre vedevo quella voluta di fumo nero alzarsi verso l’alto mi passarono all’improvviso davanti le immagini di una specie di “coso” di forma triangolare che prima puntava dritto verso un altro grattacielo e poi lo infilava come il filo nella cruna dell’ago. Un botto ed una frase, holy shit!, in sottofondo. Poi, dopo un po’, mentre tutti pensavano che fosse un drammatico incidente aereo, mentre c’era chi cercava scampo dalle fiamme lanciandosi nel vuoto, all’improvviso, prima l’una e poi l’altra torre vennero giù come quei palazzi che si vedono in certi documentari in cui si racconta come vengono demoliti i palazzi. E una nube prima nera e poi grigia si scatenò tutto intorno, travolgendo ogni cosa.

Rimasi inebetito davanti al televisore. Mentre tutto avveniva, un lancio di agenzia raccontava di un altro aereo precipitato vicino al Pentagono ed un altro ancora in Pennsylvania. Non ci stavo capendo più niente. Però avevo paura. Ero a migliaia di chilometri di distanza, ma avevo una paura fottuta.

Quello che è successo dopo, ce lo ricordiamo tutti. Quello che accade oggi nel mondo è, per molti aspetti, una conseguenza di un evento che ha cambiato le nostre vite e che ha ridisegnato i confini del mondo. Non solo. Ha sconvolto le nostre economie ed ha mostrato tutta la fragilità del nostro vivere, della nostra “way of life”. Da lì sono uscite fuori due guerre, ed ai migliaia di morti di quel giorno ne sono seguiti altri ed altri ed altri ancora. A little revenge and this too shall pass. Una piccola rivincita e passerà anche questa. Dopo qualche mese esce un disco di Bruce Springsteen che racconta l’America di quei giorni; in una delle canzoni di quel disco c’è questo verso che sintetizza perfettamente il passato, il presente ed il futuro del mondo dopo quel giorno. Da quel momento è cambiato tutto.

Dopo dieci anni mi chiedo a cosa serva davvero ricordare. La memoria è un bene prezioso, va conservata. Spesso si dice che si deve ricordare perché certe cose, certi eventi, non si ripetano. Si deve trasmettere questo valore alle generazioni più giovani. Io penso che l’11 Settembre del 2001 abbia così profondamente inciso sul nostro quotidiano che non sia così necessario fermarsi a riflettere su quanto sia cambiato il mondo dopo quel giorno. Ricordare il presente è un tentativo retorico interessante, permeato di una ironica vena ossimorica. Come si fa a ricordare quello che sta avvenendo ora? Le nuove generazioni nascono in un mondo che è di diretta derivazione di quei giorni apocalittici; alla loro domanda perché accade quel che accade potremo rispondere molto facilmente come facile sarà per loro capire visto che le conseguenze di quella data fatidica ancora oggi spiegano potentemente i propri effetti. Non siamo stati più gli stessi. Oggi penso a quelle povere anime che volavano giù dalle torri in fiamme. Penso al loro volo disperato e penso agli annunci di vittorie militari, di missioni compiute, di trionfanti blitz conclusi con la morte del Nemico. Penso al tempo lunghissimo di quel volo. La vendetta alla fine è arrivata ed a forza di battere l’erba qualcuno ha beccato il serpente. Ciononostante ci sono vuoti che non si riempiono. Quel volo senza speranza è una luce che non si riaccende, è una destinazione irraggiungibile, è un mare di cui non si può coprire l’ampiezza.

A questo pensavo dieci anni fa quando ho spento la luce ed ho chiuso gli occhi. Avevo paura. Non mi ricordo se ho pianto o meno. Ma avevo paura. L’Uomo Nero, se mai fosse esistito, stavolta era lì accanto a me.

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