Appunti di fine agosto

Arriva anche la fine di agosto. Finisce l’estate ed iniziano le giornate corte, quelle che molti riescono ad intravedere appena scavallato il gran premio della montagna di Ferragosto. Sono tutti così sensibili, così meteosimpatici. Sta di fatto che l’estate sta finendo, tanto per dirla con l’ennesimo luogo comune, e con la fine dell’estate arriva il tempo delle promesse. Che, normalmente, viaggia alla stessa velocità delle aspettative. E’ un momento in cui l’ansia raggiunge il suo culmine; e non necessariamente lascia tracce in una specie di oscura e tachicardia attesa di qualcosa di indefinito. Questo è il tempo delle promesse, si è detto; è il momento in cui si programma. C’è una strana eco dei tempi della scuola. Si compra il diario, i quaderni, magari anche lo zaino nuovo se si vive il rito di passaggio da un ciclo ad un altro (da elementari a medie, da medie a liceo). Questi sono i ricordi che restano di certe estati, di quelle che si faceva la villeggiatura, nel senso che si andava a vivere altrove per il tempo della chiusura estiva delle scuole. Al secondo giorno iniziavo ad annoiarmi. Oggi, per certi versi, accade qualcosa di simile. A volte, penosamente, tutto assomiglia ad un incerto “vorrei ma non posso” in cui si alternano sentimenti forti, impetuosi, quasi vichinghi, a stati di volontaria rilassatezza, quella precede il lancio della spugna e la fine del match. Sono giunto alla conclusione che troppo spesso si vuole cambiare e troppo poco spesso si cambia quando si deve. E’ un problema di consolidamento. Nel senso che dovremmo, dovrei, aspettare di vedere che forma prendono le cose, dove si va a parare. E’ il tempo delle promesse, l’ho capito. Ma non posso pensare di continuare ad aspettare che le certezze si trasformino in qualcosa di diverso mentre intorno tutto accade.

Quando suonavo con il mio gruppetto al liceo avevo un sintetizzatore Roland, un E5, una bella macchina. Sul lato destro c’era una levetta che distorceva il suono allungando il tono (effetto batteria scarica) o diminuendolo (effetto elio aspirato di botto). Mentre suonavamo ogni tanto attivavo questo aggeggio, facendo puntualmente incavolare Matteo, quello che suonava la chitarra. Andavo fuori tempo, seguivo il mio personalissimo tempo ed il mio suono, non suonavo in gruppo. Vero. Oggi riscopro il senso di questa cosa e me ne faccio un vanto, a pensare quanto sono libero di pensare quello che voglio e dire a me stesso qual’è la lista delle cose da fare oggi. Anche quelle non necessarie.

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