Le riforme strutturali

Se c’è un fenomeno che mi ha sempre affascinato è quello delle “riforme strutturali”. Evocate come toccasana delle economie disastrate, come la nostra, rappresentano la panacea contro i mali del disavanzo di bilancio, dell’imperfetto rapporto deficit/pil, della regressione economica. E non v’è dubbio che, almeno in potenza, probabilmente lo siano davvero. Ma quando si tocca la struttura, come evoca l’aggettivo, inevitabilmente si finisce con l’andare a toccare qualcosa di consolidato, che siano privilegi o diritti poco importa, giacchè, spesso e volentieri le due categorie sfumano l’una nell’altra.

Vuoi avere titoli di stato sicuri e inattaccabili, immuni alle tempeste speculative del mercato? Ti basta fare una bella riforma strutturale. Vuoi raddrizzare la tua bilancia dei pagamenti, riuscendo a disciplinare la spesa pubblica senza diminuire la qualità dei servizi sociali? Hai mai pensato ad una riforma strutturale? Io che di mestiere non faccio l’economista, mi chiedo se queste espressioni non siano considerabili alla stregua di “uomo nero” dei sistemi economici, una cosa del tipo “guarda che se non fai il bravo, arriva la riforma strutturale e ti porta via”. Se ne parla da decenni e nessuno ha capito esattamente a cosa si alluda davvero. Spesso si associa questa espressione alla spesa per le pensioni od a quella sanitaria, ma, in realtà non basta mai. Forse perché è la struttura ad essere completamente marcia e ad aver bisogno di un lifting strutturale.

Magari basta un piccolo inizio, cercando di perseguire un riformismo che sia innanzitutto morale e culturale, rivedendo i modelli comportamentali della nostra società e cercando, con un processo che non può che essere lungo e periglioso, di atteggiare diversamente il nostro essere. Partendo da principi di condivisione, di rispetto per l’ambiente, di gestione sociale dell’economia e di progresso tecnologico tali da annullare le divisioni, garantire adeguati livelli di energia a costi sostenibili, garantire opportunità di lavoro in contesti che siano davvero meritocratici, tornare a sviluppare il senso della necessità e non del piacere.

Sarebbe una buona riforma, forse. Indubbiamente sarebbe alquanto strutturale. Resta il fatto che non riesco ancora a capire di cosa si tratti davvero e quali siano state le riforme strutturali introdotte nel nostro Paese, o, almeno quelle che ci hanno provato. Ad introdursi, intendo.

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