Cose buone dal mondo 2.0

Allora, mi sono messo sotto a studiare la questione “start up”. Prima di tutto le definizioni. Diciamo che, semplicisticamente (ché siamo umili pellegrini nella sacra terra del sapere), la start up è, prima di tutto, una visione. Senza dover arrivare fino a Damasco (o, per essere più precisi, almeno dal punto di vista teologico, nei pressi) per essere folgorati, la start up rappresenta il sogno, il progetto, la “grande idea” che chiunque potrebbe avere e che abbisogna solo di un piccolo aiuto per poter partire e trasformarsi in qualcosa di concreto. E’ il cerino acceso, insomma, a cui serve un po’ di carta da bruciare per avere senso e compiere la propria missione. Ma “start up” non è solo questo. E’ anche un rito di iniziazione che trasforma il fancazzista o l’indefinito in “imprenditore”. E, quel che è più interessante, imprenditore di se stesso. Sì perché la pietra angolare (ndr: le metafore e le analogie mistiche non hanno nulla di ironico o voluto; oggi mi vengono da sole, sarà il Natale appena passato…) della questione è rappresentata dalla mia idea e su quella io costruisco il mio business. E qui viene fuori la prima questione. Se vuoi fare una star up devi pensare californiano.

Nulla di strano, visto che il concetto se lo sono inventato nel Golden State, quello che ha (aveva) un PIL tale da poter partecipare al G8, nonché un’elevatissima concentrazione di imprese attive nel settore hi-tech. Non solo. Sono loro quelli che hanno inventato le imprese dal nulla, quando nel ’29, con la Grande Crisi, un metro di terra in California ti permetteva di provare a fare l’imprenditore sfruttando, tra l’altro, le ondate migratorie dei contadini sfrattati dalle loro terre che arrivavano da altri Stati (Furore? Ecco, quella roba lì). Dico che devi pensare californiano perché devi avere quel tipo di cultura, quell’idea del sogno che si realizza, della genialata che ti fa svoltare e che ti trasforma da sig. nessuno in qualcuno. Nel sistema economico americano si tratta di un fenomeno che ha trovato una sua logica di funzionamento abbastanza standardizzata. VC è l’acronimo chiave. Sta per venture capitalist. Chi è? Quello che ci mette i soldi. Userò una metafora: tu sei il ragazzino brufoloso-nerdoso con l’idea del secolo ma sei senza una lira (anzi un euro, anzi un dollaro). Un generoso magnate (che in realtà fa di mestiere una cosa simile al talent scout) viene a sapere di te e del tuo uovo di Colombo e decide (generosissimo uomo) di metterti a disposizione i capitali necessari per avviare la tua iniziativa. Questo è il caso tipico di un’idea che diventa una start up passando attraverso l’intervento di un soggetto che diviene organico al processo produttivo per il semplice motivo di averne finanziato l’avvio accettando consapevolmente il rischio (tipico) di impresa connesso: il fallimento. La consapevolezza del rischio è tutta nel termine “venture”, avventura. Perché di questo si tratta.

L’evoluzione del nostro attuale sistema culturale ha determinato il proliferare di figure che si pongono come intermedie tra la scintilla che dà inizio al tutto (l’Idea) e la sua trasformazione in un qualche tipo di prodotto. Un po’ perché chi ci mette i dindi vuole qualche sicurezza in più prima di staccare il cospicuo assegno; un po’ perché è diventato un processo “normale” (almeno nel settore hi-tech) e, dunque, c’è da mangiare per tutti. Diciamo che oggi la cosa prevede un ruolo determinante di ulteriori soggetti normalmente riuniti nel sodalizio di un società di consulenza il cui ruolo è quello di identificare, valutare, creare e gestire opportunità di seed stage investment in innovazione e new media (l’importante è dire delle cose che non si capiscono). Fondamentalmente fanno una sorta di recruiting delle idee migliori e le sottopongono ad una sorta di stress test per verificare se sussistano i requisiti basilari per poter PENSARE di investire nell’Idea. Se questa fase si conclude con esito positivo, allora scatta un meccanismo che, nella migliore delle ipotesi, cioè nella materiale realizzazione di un prototipo funzionante, si articola in quattro fasi successive:

Contratto di pre-incubazione

Il contratto di pre-incubazione permette alle start up selezionate di usufruire di un periodo di sperimentazione sul campo durante il quale esse potranno:

  • valutare la fattibilità tecnica del progetto;
  • validare, sviluppare o modificare il business plan utilizzando le indicazioni emerse nel periodo di sperimentazione;
  • costruire il proprio business plan;
  • condividere con altri candidati l’esperienza imprenditoriale.

durante la pre-incubazione il Finanziatore mette a disposizione degli aspiranti imprenditori un’infrastruttura di rete e di cloud computing per “pre-incubare” fino a alcuni progetti  per una durata prefissata. Al termine di questo periodo, i progetti saranno esaminati per valutare l’idoneità a proseguire l’iter con un contratto di investimento o di incubazione. Insomma, vediamo di vederci chiaro.

Contratto di ricerca

Il contratto di ricerca consiste in un intervento  in denaro ed è riservato ai ricercatori che svolgono le loro attività, sia in ambito accademico che privato, in aree specifiche (normalmente Internet e Web 2.0). Lo scopo del contratto di ricerca è contribuire alla creazione di un prodotto che possa essere successivamente incanalato nel progetto con pre-incubazione, incubazione o investimento. Pur non essendo estremamente rigidi nel limite di età, tuttavia si privilegiano i progetti provenienti da persone al di sotto dei 30 anni. Traduzione: questo mi piace.

Contratto di incubazione

Il contratto di incubazione prevede un intervento in natura ed è destinato ai progetti che sono ancora nella fase di fattibilità tecnica ed economica. E’ indirizzato a sostenere progetti imprenditoriali che sono in fase di partenza e che hanno bisogno di un supporto operativo in termini di competenze e validazione da parte di esperti. Traduzione: si può fare.

Contratto di investimento

Il contratto di investimento è destinato a iniziative strutturate e prevede un intervento in natura. Per accedervi è necessario che il progetto sia operativo. Il prodotto deve essere almeno nella fase di prototipo funzionante. Per farla breve, finora abbiamo scherzato, ora vogliamo guadagnare.

L’inquietante (almeno nei termini…sembra di dover vedere Ripley saltar fuori da un momento all’altro) sequenza ha un fine semantico non immediatamente percepibile. Trasforma il venture capitalist in un business angel. Inutile precisare che, a prescindere dal divino piumaggio, chi investe in iniziative di questo genere si aspetta di guadagnare, ed è l’unico motivo per cui rischia di suo. Se qualcuno ancora crede che esista una forma di filantropia, questa è riservata a coloro i quali hanno già superato la fase del VC ed, evidentemente, hanno avuto fortuna.

Ultimo aspetto della questione delle start up è il fatto sociale. Mettere a sistema, fare rete, fare sistema. Sono tutte espressioni che sono alquanto diffuse. Nel caso di specie acquistano un valore fondamentale. In primo luogo, gli strumenti social del Web 2.0 (Facebook, Twitter etc) consentono un’interazione semplice coprendo distanze che non rappresentano più fattori di esclusione e di mancata partecipazione o di mancata possibilità di esprimere la propria Idea. Poi c’è la socialità fisica dei camp, degli appuntamenti nei quali viene incentivata la connessione tra chi ci mette l’Idea e chi ci mette i mezzi, viene stimolata la collaborazione orizzontale tra i possibili talenti, vengono selezionate le proposte eventualmente arricchite dei contributi dei vari partecipanti così da poter progressivamente abbandonare il proprio stadio embrionale per potersi presentare all’attenzione del valutatore di turno che stabilirà se farsi convincere o meno. Questo in estrema sintesi.

Le start up rappresentano un elemento di chiara discontinuità. Per la prima volta non è il singolo a cercare il lavoro, ma è il lavoro che trova il suo interprete. Il valore del talento trova evidentemente una connotazione centrale e costituisce un possibile strumento di trasformazione di un intero sistema sociale. Le nuove tecnologie, inutile ripetersi (ma lo faccio…), costituiscono un potente fattore di livellamento delle opportunità, tale da poter generare al proprio interno l’unica logica che deve costituire ragione discriminante: quella meritocratica. Ovviamente si tratta di una valutazione romantica. Ché non è raro trovarsi di fronte a nuove categorie di imprenditori, gli “starter up”, quelli che avviano una iniziativa, hanno l’Idea, partono e poi cedono l’attività. Poi hanno un’altra idea, ripartono e ri-cedono quello che hanno avviato. Sono raider, speculatori, avventurieri. Ma sono anche creativi e rappresentano un lubrificante necessario per sistemi economici che sono impelagati nella Crisi.

Se qualcuno ha una buona idea, possiamo parlarne. Non mi chiedete soldi. Questo no. Sarebbe un pessimo inizio.

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