Stasera a casa di Paola

La questione legata alla situazione di Paola Caruso ha recentemente smosso alquanto la blogosfera tutta. Se non sapete di cosa io stia  parlando, vi basti quanto segue: Paola è una giornalista del Corriere della Sera assunta con contratto co.co.co, da sette anni di fatto precaria  in attesa di inquadramento a titolo definitivo. Dopo sette anni di servizio, Paola si è vista scavalcata da un neoassunto che è stato  evidentemente preferito a lei ed a chi, come lei, versa nelle condizioni di collaboratore  a progetto della RCS Edizioni, cui fa capo il Corriere  della Sera. Per denunciare l’accaduto e richiamare l’attenzione sulla propria posizione e su quella dei precari tutti, Paola ha comunicato, t  tramite il proprio blog, di aver iniziato uno sciopero della fame e della sete.

Paola ha interrotto in questi giorni la sua estrema protesta; me lo auguravo per la sua salute e per il suo equilibrio. Certamente non posso che  augurarmi che la situazione di Paola si risolva quanto prima, per una sorta di naturale affetto che porto nei confronti di chi, come lei, si rende  disponibile ad un clamoroso gesto per poter attirare l’attenzione sul problema o sui problemi che la propria categoria sociale va denunciando.  Non sono del tutto d’accordo con chi, come Matteo Bordone, forse fin troppo semplicisticamente, e comunque con certa appropriatezza di  ragionamento, ha invitato la Caruso ad interrompere la sua protesta, rivolgendosi, se necessario, al giudice, ché esistono delle tutele legislative in grado di sostenere anche una rivendicazione che non è solo economica ma anche e soprattuto morale, connessa come è alla possibilità per una persona di vedere le proprie legittime aspirazioni condivise. Il karma negativo che fa da sottofondo all’intera questione è rappresentato, credo, dal concetto di precario, che rappresenta il grande problema della nostra economia odierna; il sistema normativo incentiva le assunzioni a progetto che trasformano, equiparandolo al resto della forza lavoro, il singolo in una sorta di strumento da poter impiegare alla bisogna. La cosa assume i toni ed i colori di un qualcosa che non si può non considerare “strutturale”.

Io credo che ogni tanto ci si dovrebbe attenere al tenore delle parole che si usano. Le parole sono importanti, lo diceva pure Nanni Moretti. La verità è che un contratto di natura temporanea rimane tale per l’intera sua durata ed è di sua stessa natura soggetto a fluttuare, visto che esiste sempre la possibilità di interrompere la sua vigenza per ripristinarla in seguito. E’ chiaro che non ti darà mai la possibilità di costruirci sopra una famiglia, o qualunque altra cosa si reputi importante; è vero pure che, intanto, ti dà da campare, ti dà formazione e l’opportunità, se vuoi, di andartela a spendere altrove od in proprio.

E poi, da che mondo e mondo, non dovrebbe essere l’anzianità a determinare le nostre fortune; credo che solo le nostre capacità dovrebbero rappresentare una discriminante sufficiente per indurre qualcuno a preferirci o sceglierci in un contesto lavorativo, e non solo. Un contratto rimane temporaneo anche se viene rinnovato mille volte. E se continua ad essere temporaneo e continua a prevedere le stesse mansioni, forse occorre valutare attentamente il perché questo accada. Troppo semplice trasferire al di fuori di sé la responsabilità di quello che accade; più interessante capire cosa non si sia fatto, o non si sia fatto abbastanza, per far sì che le cose cambiassero o cambino, semplicemente osservando il proprio comportamento.

Rimane comunque discutibili l’assenza di segni di vita del datore di lavoro, ché non stiamo parlando del ferramenta “Il paradiso della brugola” ma di uno dei principali quotidiani politici nazionali; risibile l’uscita di De Bortoli alle Agenzie, perché scontata ed inutilmente stizzita. In questi casi una presa di posizione netta, fors’anche impopolare, costituisce un fattore positivo, utile a creare una base di confronto e stimolare comunque una riflessione, su materie che non appartengono all’Iperuranio, ma al dannato “ogni giorno”.

Detto questo, continuo ad augurarmi che Paola possa trovare piena soddisfazione in quello che fa, qualunque cosa decida di fare. Glielo auguro perché credo che ne abbia pieno diritto. La realizzazione di sé è una delle poche legittime aspirazioni che possiamo nutrire ed è un bene da conservare. E’ un primo passo verso la stabilità.

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