Una domenica italiana

Stamattina siamo andati allo zoo. Sono passati due anni dall’ultima volta (ferragosto 2008), in mezzo c’è stata la nascita di Federico e un sacco di altre cose. Oggi abbiamo deciso di tornare, per vedere l’effetto che fa.

A me lo zoo piace. Mi piace vedere da vicino gli animali, anche se so che quelli non sono felici, che magari si incazzano perché li guardi da troppo vicino, che stavano meglio a casa loro a farsi gli affari loro in mezzo alla foresta/savana piuttosto che a farsi guardare da una banda di bipedi che se la fa addosso a guardarli attraverso un vetro o da 50 metri di distanza.

Ma a me lo zoo piace. Mi piace perché mi ricordo di quando ero piccolo e venivo con i miei genitori. Che poi lo zoo di Roma non è esattamente un giardino zoologico, è un Bioparco con tutti i crismi del caso ed è anche tenuto abbastanza bene.

Oggi mi rendo conto che i poveri animali che vivono al Bioparco sono comparse di uno spettacolo decisamente tragico. Le vere attrazioni sono le frotte di “fagottari” (dicesi di villeggianti di una giornata in vacanza culturale a Roma) o di nullafacenti domenicali locali, in visita.

Orde di zainetti termo con parmigiane di melanzane e impepate di cozze pronte da scofanare all’Oasi del Lago, il punto picnic del Bioparco. Un ragazzino avvicina il viso al vetro che protegge l’ambiente dei leopardi. Il leopardo lo fissa, e sembra che dica: fatti un’altra risata, vienimi a trovare a casa mia poi vedi come ti riduco. Il bambino chiama il papà: a papà ma questo nun fa mica tanta paura, sembra ‘n gatto co’ le chiazze…(tono deluso). E c’hai ragggggione, dice il babbo, accondiscendente. Chi non accondiscende è il leopardo, che se li guarda, prima si volta, poi se li riguarda e molla un ruggito che sembra la cannonata delle 12. E tutti zitti. Io rido.

Continuiamo la nostra passeggiata. C’è la zona dei lupi. Insomma, questa è un pò triste. Hanno rifatto una specie di bosco che non c’entra niente coi boschi in cui vivono i lupi. E poi fa caldo. Che lupo vuoi vedere oggi. D’un tratto sbuca una allegra famigliola, lei con quelle orrende scarpe tipo stivali senza punta alla Lady Gaga del cazzo, il resto ondeggiare di lardo. Lui, praticamente un primate. Cammina con le braccia ben distanti dai fianchi, fuma e bestemmia. Il bambino, se questi sono gli addendi e se Darwin non spara cazzate, ne è il prodotto inevitabile. Il piccolo corre, è all’aria aperta, è giusto. Per tenerlo buono Cromagnon, il padre, lo richiama con dolcezza verso la zona dei lupi: ahò vièqqua! i vedi i lupi? LadyGaga: ma ‘ndo stanno…nun c’è stanno…aspè ammò qua ce sta ‘na tabella. (Sulla palizzata di protezione sono state affisse delle tabelle che danno delle informazioni sui lupi e una, inevitabile, sulla leggenda di Romolo e Remo…siamo a Roma dopotutto…).

Il bonobo: ahò, anvedi. LadyGaga: ma come se chiama er padre de Romolo e Remo, Amulio? (rivolta al bambino) pensa se te chiamavo Amulio…a muliooooo! segue sghignazzata. Poi il capolavoro. La tabella accanto parla del rapporto lupo/cane e dell’evoluzione dall’uno all’altro. Forse non del tutto azzeccato il titolo: lupi travestiti. LadyGaga: lupi travestiti? ecchevordì? Neanderthal: cazzoneso…staranno sulla Salaria a batte…

Il giardino zoologico pullula di tribù provenienti un pò da ogni dove, il minimo comune denominatore è che si divertono più i grandi dei piccoli. Arriviamo alla zona dei lemuri. C’è un cartello grande come la Stazione Termini che dice “LEMURI DEL MADAGASCAR”. Coppia romantica alla sinistra del tabellone, lui vestito di bianco tipo gelataio (fotocamera ben stetta con laccetto strategicamente arrotolato su polso abbronzato); lei, stivali in stile Maledizione della Prima Luna (questi però hanno la punta), chiappe di portata provinciale ma con evidente tanga perso chi sa dove nella tangenziale che le attraversa le natiche, poppe in bella vista (niente roba soda, only grasso corporeo), cinturone tipo Henry Fonda. Amò queste so’ le scimmiette der film…! ‘N’hai capito ‘n cacchio…so’ scoiattoli co’ a coda daaa juve…

Lo zoo è qui.

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